Ieri sera ho avuto la bella idea di andare al cinema con i miei amici e, anziché vedere “The Dark Knight” come ci si aspetterebbe di questi tempi, siamo andati a vedere Funny Games.
È stato il film più scioccante che abbia mai visto. Ieri sera a caldo, era stato da me definito come “il più merdoso di sempre” ma, dopo aver finito e riletto questo post, mi sono decisamente ricreduto.
Funny Games è un concentrato di violenza gratuita come pochi, un film per sadici, una cosa devastante.
Nel trailer viene detto che il film si è ispirato al capolavoro Kubrickiano “Arancia Meccanica”, ma in realtà ci sono solo un paio di citazioni sparse, ma senza alcun senso.
Un po’ di trama (che tanto non ha senso di per sé):
Si inizia con questa famiglia che ascolta musica classica e si reca al lago per passare una vacanza. Dopo qualche minuto un po’ noioso appare uno dei due ragazzi protagonisti chiedendo delle uova. “Casualmente” rompe le uova, “casualmente” fa cadere il cellulare della donna dentro il lavandino. Poi, quando i toni diventano un po’ accesi arriva Micheal Pitt, che con la scusa di provare un set di mazze da golf, fa fuori il cane. Prima che la famiglia possa scoprirlo, Tim Roth dà uno schiaffo a Micheal Pitt per la sua insolenza e in cambio questo gli rompe un ginocchio con il driver (nel gergo, la mazza 1). Le scene successive sono state dolorosissime, quando riempivano di cartoni la moglie e facevano di tutto per far soffrire il marito con la gamba spezzata.
Il resto del film non lo rivelo: non ho voglia di ripensare alla violenza ivi contenuta.
Ma adesso farò una breve critica tecnica, per quel che me ne posso intendere io.
Il film in sè non è fatto per niente male, a parte la trama completamente anticonvenzionale, e si può parlare quasi di metacinema. Mi hanno molto colpito gli spezzoni del film nel quale il personaggio di Micheal Pitt si rivolge direttamente al pubblico con frasi del tipo “Vero che voi volete vedere questo gioco?”.
Un’altra cosa che lo rende un film dentro un film è un punto, verso la fine della storia, nel quale il personaggio di Naomi Watts riesce a sparare ad uno dei due aguzzini, allora Micheal Pitt prende il telecomando e fa “rewind”, ritornando a poche scene prima e impedendo che il suo compare sia ucciso.
Le riprese sono state molto belle, con la telecamera spesso posizionata in luoghi che non ci si aspetterebbe: emblematica, in questo senso, la scena finale dove i due ragazzi, pronti a torturare e uccidere un’altra famiglia, stanno sbarcando e la telecamera, appoggiata sulla barca, fa una lunga ripresa della manovra, inquadrando i piedi di Pitt (un po’ di pubblicità gratuita alle All-Star?).
Gli attori sono riusciti a dare un notevole spessore psicologico a dei personaggi un po’ messi lì per niente (è sempre il discorso della trama) ma in alcuni casi sono riusciti a rendere perfettamente il dolore che si può provare in quelle situazioni: emblematica, in questo caso, la scena in cui il personaggio di Tim Roth, mentre sta provando ad asciugare il cellulare e chiamare il 911 prende una baguetta e le dà un morso, ma dopo qualche boccone non riesce a mandare giù nulla (e ci credo, ha il figlio con un buco nella testa e il sangue sulla parete nella stanza accanto!). Ecco, la scena successiva all’uccisione del piccolo è stata molto interessante, sia perché è stata una “one-take” di diversi minuti, ma soprattutto perché, essendo la Watts legata come un salame, con le mani dietro la schiena e le caviglie strette, per riuscire a ad alzarsi e fare le cose che ha fatto (tra l’altro spegnere il televisore che mi ha permesso di constatare che Montoya è ancora vivo) è stato necessario un cospicuo sforzo fisico. Povera lei.
Ma, che senso aveva questo film? Me lo sono chiesto, facendo un paio di collegamenti con Arancia Meccanica.
Il capolavoro di Kubrick era considerato estremamente violento (giuro che a questo “je fa ‘na pippa”) ma almeno un significato ce l’aveva: la violenza è un male grandissimo, ma eliminare la violenza con la costrizione (in quel caso psicologicamente) è un’altra forma di violenza, altrettanto deprecabile.
Questo film invece, più che avere una trama e una morale, è un esperimento di manipolazione dell’audience. Infatti il regista (che non è poi così male, tutto sommato) ha deciso di far condividere al pubblico le emozioni, le sensazioni, il dolore, l’angoscia, la disperazione dei protagonisti.
L’unico vero parallelo tra questo film ed Arancia Meccanica è da ricercare, anche questa volta nel meta-cinema: il pubblico è costretto a guardare una dose massiccia di violenza, proprio come Alex DeLarge (vado a memoria, non mi ricordo bene il nome del personaggio principale del film di Kubrick) è costretto a guardare i più beceri misfatti insieme alla musica di Ludovico Van.
Siamo stati un po’ tutti violentati da questo film, un po’ tutti “rieducati” alla stigmatizzazione della violenza, un po’ tutti vittime e, dentro di noi, un po’ tutti aguzzini.
Visionario è una parola appropriata per questo film.
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