Archive for the “filosofando” Category

L’ozio è il padre di ogni filosofia. Quindi la filosofia è un vizio?

È un po’ che non scrivo, l’occasione giusta giusta per poter essere un po’ più discorsivo di quelle due mezze cose che ho detto nei tempi passati.

Un piccolo prerequisito, ma anche semplicemente un consiglio, per capire questo post si può fare leggendo questo di Suzukimaruti pardon Enrico Sola.

Mi sono decisamente chiesto come mai la mia voglia di scrivere in questi meandri sia colata a picco. E la colpa, sì, è proprio di Facebook. È proprio vero che i bimbiminkia sono tutti migrati lì, e io con loro, come molti altri che bimbiminkia non sono. Perché prima, quando avere un blog era di moda, uno lo scriveva più che altro per mettersi in mostra, e io non di meno degli altri. Ho ancora un po’ di celolunghite, nel senso che vado a controllare ogni tanto quante visite riceve questo blog, ma tanto lo so che il 99% della gente che ci capita è perché San Google è decisamente generoso.

Preghiamo.

No, seriamente, mi sono un po’ chiesto, cioè mi sono fatto una pippa mentale, su cosa c’è che non va di questo atteggiamento. E lo dico subito, chiaro e tondo. La velocità. Fra Twitter e Facebook siamo costretti a condensare la nostra vita, quel che ci accade, in 140 caratteri o pochi di più. Non che la brevitas in certi casi non convenga, ma ci abitua sempre di più a fare le cose di fretta.

Io piano piano mi accorgo di quanto soffro di sovraccarico cognitivo (no dai, non quello di wikipedia, mi ricordo ancora quello che vedo, forse), ma mi accorgo come sia un tutto “quantità” e poca qualità. Giusto per rendere un’idea, negli ultimi 30 giorni il mio aggregatore di notizie ha ricevuto (e io ho letto i titoli di) 2.289 post. E sticazzi.

Non mi godo più niente, non so se me lo sono mai goduto, ma leggo sempre di meno e skimmo (ok piano con i forestierismi che qua si rischiano figure di merda) sempre di più. Ormai è quasi tutto rumore.

Ho voglia di scendere da questo tran tran. Ho voglia di fermarmi, di riflettere e di chiedermi cosa leggo, cosa scrivo e cosa penso. Ho piacere di fare qualcosa con più calma. Non chiuderò il mio account di Facebook (non ancora, la mia anima ficcanaso non può evitare di farsi una sporta dei cazzi degli altri) ma il mio stato lo aggiorno molto meno spesso.

E facciamo che smetto di guardare quanta gente mi segue. “Chi mi ama mi segua e gli altri si fottano”? No, senza esagerare. Non biasimo la gente per non leggermi, faccio fatica a sopportarmi anche da solo.

I post di questo blog cercheranno di essere un po’ più di qualità e meno di quantità. Di tempo ne ho poco (l’università mi opprime in questo senso) e quel poco che ho lo preferisco usare per stare con la mia dolce metà (visto che non possiamo essere vicini fisicamente, almeno l’informatica ci viene incontro), e se avanza del tempo farò anche altro.

Ma la mia scala di priorità va un po’ rivista. Che di perdere un sacco di tempo (ma anche un solo minuto) in cose inutili ne faccio anche a meno.

Perché non ripartire da un nuovo nome, un nuovo blog, una nuova veste grafica, come fanno in tanti? Bah, perché fondamentalmente questo sono io, punto e basta. Non nego che un nomecognome.it sancirebbe più un taglio netto con il passato, ma sono sicuro di non riuscire ad aggiornare il blog abbastanza spesso (perché vorrei evitare di scrivere cose che non fossero interessanti per me da scrivere o interessanti per quelle poche persone che tengono a me da leggere) da giustificare un cambiamento così radicale.

Dopotutto deve essere un piacere quello di scrivere. E lo si deve fare con il giusto ritmo.

E che la frenesia, sì, si fotta.

P.s. Phonkmeister profetizzò. I blog torneranno di moda. Io avevo in mente questo post da prima che lo scrivesse, gnegné :P (non ho prove, ma basti la fiducia, cosa assai rara)

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Tante volte mi sono chiesto come sarebbe stato il mio primo bacio. È una cosa normale, che ad ogni punto ogni adolescente affronta. La cosa che un po’ mi fa strano è che me lo sia chiesto fino a non molto tempo fa, ovvero fino a 19 anni suonati.

Ebbene sì, sono stato un po’ un tardone, ma non mi lamento.

Io, ecco, credevo di essere rimasto uno degli ultimi a non aver mai provato questo “piacere”, e invece, a quanto pare no. So che il concetto “uno degli ultimi” è molto relativo (non c’è rigore matematico! :lol: ) , ma in ogni caso credevo che fosse una specie rara, perlomeno per la mia generazione.

E, a quanto pare, mi sbagliavo.

Non dico che quasi nessuno della mia generazione arrivi quasi alla ventina senza aver dato un bacio, ma diciamo che un terzo circa, sì. E mi fa molto strano. In quel che ritengo un corretto “percorso formativo” (cursus honorum? vedetela come vi pare :-) ) questa fase ritengo si debba affrontare ben più giovani. (sulla quindicina, ad esempio, poi il “resto” gradualmente)

Mi pare ovvio che uno non possa deciderlo (a meno che non gli venga proposto e lui posponga questo avvenimento deliberatamente, il che presuppone una scelta che non ho intenzione di affrontare/criticare/supportare/discutere), quando arriva arriva (e infatti io diciamo che avrei fatto anche prima, se se ne fosse presentata anche l’occasione, ma ora, col senno di poi, sono contento che sia andata così), ma, ecco, credevo che la media fosse molto più bassa di quella che poi in fondo si è rivelata (non ho fatto una corretta indagine statistica: semplicemente ad occhio mi sembra più grande di quel che credessi).

L’idea di questo post (sennò divago e non va bene) è fondamentalente questa: credevo che la mia generazione fosse quella del “troppo presto”. E infatti ho diverse mie conoscenze che fanno ritenere questo “modello” appropriato. Gente che ha avuto il primo rapporto sessuale in 5ª elementare (non farò nomi, ma giuro che la cosa mi sconvolse abbastanza), o, più frequentemente, gente che ha bruciato tutte queste tappe nella scuola media. E mi sono accorto che è troppo sbagliato modellizzare queste cose.

Ormai, ora che non ho più complessi da farmi (del tipo «ma non è normale che non abbia ancora dato un bacio, cosa c’è che non va in me?»), cose che riconosco essere (state), col senno di poi, non solo completamente inutili ma anche abbastanza dannose e depressive, ma ahimé “normali”, vengo a sapere di molta più gente che sembrava vissuta e invece vissuta proprio non è.

Gente che si atteggia e basta. Bah.

Sono estremamente contento di come siano andate le cose, del fatto che mi ricordi del mio primo bacio perché è stato “sentito” e non “dato perché è tardi”. E queste son le cose belle della vita, si sa.

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Sono le 2:30.

La camera è buia, rischiarata soltanto dai lampi che penetrano fra la millimetrica fessura delle persiane.
Tuona.
Fa caldo e il condizionatore è impostato a 23°C.
Piove.
Goccia dopo goccia senti il tintinnare della piazza. C’è troppo rumore per dormire.
E allora si parla della vita, dell’universo, di noi e quel che sarà quando saremo lontani. Meglio non pensarci.
C’è ancora tempo, dopotutto.
La paura degli esami ancora da sostenere si fa lentamente strada pure fra i pensieri più gioiosi. L’ansia di non superarli si prende di te per qualche frazione di secondo. Poi, calma.
C’è ancora tempo, dopotutto.

E addormentarsi così, abbracciati e cullati dal dolce tintinnare dei tettucci nelle auto del parcheggio, dalle biciclette legate ai pali che questa notte non saranno rubate, dall’asfalto ancora lievemente tiepido per il sole rovente del pomeriggi. γλύκισμα

Ieri sera, non poi così lontana.

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Ho appena scritto queste parole nella bacheca della mia amica, su Facebook.

L’ho saputo ora. Cazzo. Cazzo cazzo cazzo. Non so, non riesco a trovare molte altre parole. Nemmeno una settimana fa abbiamo parlato di musica e di fotografia. Nemmeno una settimana fa ho sorriso per le tue parole. Cazzo. Mi sento idiota, come tutti quanti, a non aver capito un cazzo di niente di niente. Cazzo.

Se n’è andata.

Cazzo è la parola che trovo più appropriata in questo momento. Se n’è andata, per sempre. Sotto ad un treno.

Non so, non ho ancora metabolizzato. Ho solo bisogno di scrivere, di scrivere di quanto è successo, per poter ricordarmi di lei, per sempre. Chiedo scusa se qualcuno rimarrà urtato dalle parole che sto per scrivere, chiedo scusa a coloro che pensano che dovrebbe calare il silenzio.

Scrivo perché quell’articolo che ho linkato prima non spiega niente, parla del suo corpo come un oggetto che casualmente si è trovato sui binari proprio al passaggio del treno. Cazzate. Cercherò di renderle merito per quello che era, senza pretese. Non rileggerò, le parole scritte saranno quelle uscite dal mio cuore. Tanti errori, ma tanta sincerità.

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Happiness only real when shared.

Into the Wild è probabilmente uno dei migliori film che abbia mai visto, e sicuramente fra quelli che mi hanno fatto più pensare. Devo ovviamente ringraziare una certa persona che mi ha dato la spinta decisiva affinché lo vedessi. :)

Mi piacerebbe spendere qualche parola in proposito, anche se ho la terribile sensazione di risultare patetico. Però sono stati pochi i lungometraggi che, una volta terminati i titoli di coda, mi hanno lasciato a bocca aperta. Una voragine dal quale l’inesprimibile  cerca di venir fuori, ma ogni tentativo di dare una forma risulta inevitabilmente in un fallimento, ogni pensiero allontana da questo stato di semi-incoscienza, in cui ti chiedi tutto o forse niente.

Ecco, questo è l’effetto che fa un bel film come questo. Ti lascia con qualcosa di più, dentro.

I have lived through much, and now I think I have found what is needed for happiness. A quiet secluded life in the country, with the possibility of being useful to people to whom it is easy to do good, and who are not accustomed to have it done to them. And work which one hopes may be of some use. Then rest, nature, books, music, love for one’s neighbor. Such is my idea of happiness. And then, on top of all that, you for a mate, and children perhaps. What more can the heart of a man desire?

Lev Tolstoj

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