Archive for the “filosofando” Category

L’ozio è il padre di ogni filosofia. Quindi la filosofia è un vizio?

Sarò io che sono un po’ diretto quando dico le cose, ma penso che la pubblicità progresso dovrebbe essere molto più cattiva.

Per esempio, l’ultima pubblicità sulla lettura. Per chi non l’avesse vista la racconto brevemente:

Un bambino prende un libro dalla libreria, lo fa cadere e questo rimbalza. Allora comincia a palleggiarlo come se fosse un pallone da basket e poi cambia scena e ci sono tanti bambini che giocano a basket con un libro come palla e alla fine, all’ultimo passaggio questo diventa un giornale arrotolato e fanno canestro. Il folto pubblico di ragazzini esulta come se avesse fatto goal la nazionale.

E questo dovrebbe incitare a leggere? A mio avviso incita più che altro a giocarci a pallacanestro con un bel libro. Chissà poi se la Divina Commedia vale quanto “Scusami se ti chiamo amore” o forse si fanno più punti con la prima.

Dipendesse da me? Una bella schermata come questa che duri esattamente quanto l’altra.

E per questa nessuno avrebbe dovuto pagare.  Chissà l’altra quanta è costata.

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Premessa: Leggere questo post di pollycoke e guardare il fantastico video aiuta.

È un po’ di tempo che voglio scrivere un post su queste cose, su questi social network che ora stanno andando tanto di moda.

Non sono un internettiano della prima ora, però mi considero fortunato, perché all’epoca in cui mi sono avvicinato a internet di certo Facebook non c’era. Noi che era di moda chattare con C6  (che già era avanti anni luce, rispetto alla roba di un tempo, ma vabbé, non perdiamoci in questi discorsi) e si iniziava con “ciao! da dv dgt?” (l’equivalente dell’ A/S/L (age/sex/location) )

E ora, la scelta per i social network, è ampia. Troppo ampia.

Tutti si basano su un’unica cosa: l’utente che gentilmente porge informazioni alla rete. Soprattutto lo fa spontaneamente.

C’è tipo e tipo di informazione, e questo è giusto premetterlo. Ci sono le riflessioni e le considerazioni, ci sono i fatti propri, ci sono le abitudini (tipo che musica si ascolta, etc.) e ci sono le sciocchezze.  Per questo io mi sento di dividere non tanto i social network, ma gli utenti che vi “partecipano” e cosa scrivono di loro stessi.

Per prima cosa c’è l’utente consapevole.

Questa tipologia me la immagino (sia fisicamente (beh, perlomeno la controparte maschile), sia in quanto abitudini)  simile a Luca Sartoni. Su internet non dice niente di più di quanto non voglia far sapere. Scrive riflessioni (mica per forza sempre serie, ci stanno benissimo anche cose leggère), ma non scende mai nel troppo personale e non è mai troppo generico. Può scrivere qualcosa che non interessi a tutti (ci mancherebbe) ma generalmente lo si legge bene.

Tutte le persone che seguo sui vari socialcosi appartengono generalmente a questa categoria. Li seguo perché sono interessato a cosa hanno da dire.

C’è l’utente frivolo (direi che i termini silly e light-minded esprimono meglio quello che intendo).

Questo qua è l’utente che fa “massa” nei socialcosi. Qualcuno si è mai chiesto come mai da quando c’è Facebook (non voglio da questo preciso momento in poi citarlo riferendomi in particolare alla sua struttura, è solo per citare un social network MOLTO usato) le catene di S. Antonio siano diminuite nelle mail? Io l’ho riscontrato1 e penso che anche in generale si possano correlare le due cose.

Questa gente sta sul social network per perdere tempo. Ha trovato la sua manna in tutte le applicazioni di Facebook tipo “Farmville” “Pet Society” e cazzabubbole varie. Appena vede una cavolata la riposta subito.

Generalmente gli utenti di questa tipologia sbilanciano il rapporto segnale-rumore verso quest’ultimo. E infatti cerco di limitare le persone di questo tipo ad amici in carne ed ossa. E molto probabilmente li ho anche nascosti, in modo da non essere tediato da tutte quelle sciocchezze che scrivono.

Ecco, su questo gruppo di utenze ho molto da dire. Perché la maggior parte di essi possono essere definiti come ignari. Perché questo termine? Perché loro sono completamente ignari di quello che stanno facendo. Tipicamente hanno il ghigno stampato in volto e pensano “gah! Ancora!” e cliccano su “OK” in qualunque finestra il social network prompti (ok, forse ci allontaniamo troppo dalla lingua italiana) loro. Anche se la frase in questione è “Vendi la tua anima per giocare a questo fantastico giochino dove una rana deve attraversar la strada cantando “Bella Topolona?” “.

Ecco, io dico che questa gente si merita che il social network si rivolti loro contro. Perché, questo va sottolineato, i social network (e qua mi riferisco a Facebook e a tutto l’astio che nutro nei suoi confronti) sono malvagi. Sono delle incredibili “data whore” (e qua lascio l’inglese per non scrivere parolacce) che risucchiano i dati (sensibili!) degli utenti e non ne hanno mai abbastanza. E li usano per pubblicità mirata, per indagini di mercato e chissà per cos’altro.

Qua si possono aprire tante parentesi (graffe, tonde, quadre, spigolose (qua i miei amici matematici non potranno non sorridere)) per tutti i possibili scenari. Ecco apriamole e chiudiamole e andiamo avanti nella nostra pluricotomia (termine improvvisato in questo preciso istante, ignorando se esista effettivamente nella nostra lingua), ché di queste cose c’è tempo per parlare (soprattutto quando saranno già successi episodi spiacevoli, che sono sicuro avverranno non troppo tardi, e potremmo fare a meno di supposizioni così astratte)

L’ultima categoria è quella dell’utente che rende i fatti suoi di dominio pubblico.

Queste persone qui (che molto spesso ricadono anche nella seconda categoria, dato che questi tre insiemi non sono disgiunti, o  perlomeno non lo sono questi ultimi due) scrivono spontaneamente i fatti propri. E con piacere!

Ho già visto su innumerevoli siti internet umoristici episodi del genere:

  • Ragazzi che dicono “fantastica scopata con X” dimenticando di essere amici ( e già qua si potrebbe aver da dire su sto termine) dei propri genitori, che leggono e commentano (tendenzialmente frasi del tipo “Ma cosa stai dicendo???” ma ho letto anche di papà di ragazze che commentano “Ok X ti spacco la faccia appena ti vedo”)  e cose del genere
  • Gente che dice “telefono al lavoro per dire che sono malato e vado al mare/mirabilandia/NewYork/postoacaso” con immediata risposta del capo “buono a sapersi, fermati pure quanto vuoi.. sei licenziato!” e cose di questo genere

Ecco, pensate a permutazioni, capovolgimenti, spezzettamenti e mix vari di queste cose. E roba simile.

Ovvio che quelli sopracitati siano casi limite. Si spererebbe che le persone sappiano distinguere cose “da tenere nascoste” e cose “da non tenere nascoste”.. ma da qui a farle diventare “cose da dire a tutti” ce n’è. Ed è proprio sulla distinzione fra “cose non segrete” e “cose da dire”  che fa perno il problema di queste persone.

E la colpa non è solo loro o solo dei social network. Perché la gente è invogliata a mettersi in mostra, a far parlar di sé (ricordiamoci che viviamo nel secolo del “sono in quanto appaio”) e piuttosto che inventarsi della roba, la gente (e quando uso questo termine intendo sottolineare il basso quoziente intellettivo del “popolo bue” ) preferisce far prima e magari raccontare cose vere.

Come gente che ha per forza bisogno di dire che sta con quella persona. Gente che ha per forza bisogno di scrivere “ti amo” nella bacheca del moroso/a. (Ok anche io a volte ho postato dei cuoricini in bacheca della mia bella, ma principalmente perché so quanto le dia fastidio e mi piace provocarla un pochettino :lol: , infatti molto spesso li ho cancellati subito dopo averla avvisata ed essermi beccato un “GRR” :P  ).

Ecco, il problema è che il confine fra la sfera pubblica e la sfera privata si è assottigliato. E, come dicevo, non è solo colpa degli utenti. Ma sono anche i social network a sbagliare perché rendono questa cosa facilmente accessibile. Infatti quante persone googlando riescono a trovare i cavoli loro lì, belli belli pronti e pubblici. (Sì, Google aiuta in questo , ma la colpa è dei social network che potrebbero benissimo mettere un bel robot.txt ). E si sa, da cosa nasce cosa.

Io cerco di ricadere nella prima categoria, nonostante ci siano momenti in cui posto sciocchezze esattamente come quelli della seconda, o scriva (l’ho fatto in passato e cerco davvero di non farlo più) dei fatti miei. Certo che dopo aver scritto su facebook “che tristezza questa giornata” e i miei hanno ricevuto una telefonata di una persona che chiedeva loro se mi ero lasciato con la mia bella, mi son fermato a riflettere. E i cavoli miei rimangano cavoli miei. Stop.

Forse è anche per questo che scrivo sempre di meno su questo blog, perché voglio riportare un po’ la sfera del privato sotto il mio controllo. Certo è che scrivere un post in cui si parla di un proprio problema personale (come quel mio del dormire) è una cosa ben diversa da scrivere uno status su FB.

Ho un po’ di paura, per tutta questa faccenda. Parlo concretamente: mi piacerebbe usare molto di più twitter, mi piacerebbe essere molto più social, ma non voglio pagare il prezzo di mettere i cavoli miei in pubblico.

E allora devo avere cose interessanti da dire (e magari interessanti da leggere) come questa qua. Ed è per quello che posto una volta ogni morte di papa. (E spesso faccio “bollettini universitari” e/o racconto la mia situazione, per non far pensare che sia disperso, ma potrei benissimo farne a meno)

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  1. da un puro punto di vista statistico il mio ragionamento è sbagliato, perché non basta che IO abbia riscontrato questa cosa per poter parlare in generalità, ma non ho la pretesa di essere infallibile in quello che scrivo []

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È un po’ che non scrivo, l’occasione giusta giusta per poter essere un po’ più discorsivo di quelle due mezze cose che ho detto nei tempi passati.

Un piccolo prerequisito, ma anche semplicemente un consiglio, per capire questo post si può fare leggendo questo di Suzukimaruti pardon Enrico Sola.

Mi sono decisamente chiesto come mai la mia voglia di scrivere in questi meandri sia colata a picco. E la colpa, sì, è proprio di Facebook. È proprio vero che i bimbiminkia sono tutti migrati lì, e io con loro, come molti altri che bimbiminkia non sono. Perché prima, quando avere un blog era di moda, uno lo scriveva più che altro per mettersi in mostra, e io non di meno degli altri. Ho ancora un po’ di celolunghite, nel senso che vado a controllare ogni tanto quante visite riceve questo blog, ma tanto lo so che il 99% della gente che ci capita è perché San Google è decisamente generoso.

Preghiamo.

No, seriamente, mi sono un po’ chiesto, cioè mi sono fatto una pippa mentale, su cosa c’è che non va di questo atteggiamento. E lo dico subito, chiaro e tondo. La velocità. Fra Twitter e Facebook siamo costretti a condensare la nostra vita, quel che ci accade, in 140 caratteri o pochi di più. Non che la brevitas in certi casi non convenga, ma ci abitua sempre di più a fare le cose di fretta.

Io piano piano mi accorgo di quanto soffro di sovraccarico cognitivo (no dai, non quello di wikipedia, mi ricordo ancora quello che vedo, forse), ma mi accorgo come sia un tutto “quantità” e poca qualità. Giusto per rendere un’idea, negli ultimi 30 giorni il mio aggregatore di notizie ha ricevuto (e io ho letto i titoli di) 2.289 post. E sticazzi.

Non mi godo più niente, non so se me lo sono mai goduto, ma leggo sempre di meno e skimmo (ok piano con i forestierismi che qua si rischiano figure di merda) sempre di più. Ormai è quasi tutto rumore.

Ho voglia di scendere da questo tran tran. Ho voglia di fermarmi, di riflettere e di chiedermi cosa leggo, cosa scrivo e cosa penso. Ho piacere di fare qualcosa con più calma. Non chiuderò il mio account di Facebook (non ancora, la mia anima ficcanaso non può evitare di farsi una sporta dei cazzi degli altri) ma il mio stato lo aggiorno molto meno spesso.

E facciamo che smetto di guardare quanta gente mi segue. “Chi mi ama mi segua e gli altri si fottano”? No, senza esagerare. Non biasimo la gente per non leggermi, faccio fatica a sopportarmi anche da solo.

I post di questo blog cercheranno di essere un po’ più di qualità e meno di quantità. Di tempo ne ho poco (l’università mi opprime in questo senso) e quel poco che ho lo preferisco usare per stare con la mia dolce metà (visto che non possiamo essere vicini fisicamente, almeno l’informatica ci viene incontro), e se avanza del tempo farò anche altro.

Ma la mia scala di priorità va un po’ rivista. Che di perdere un sacco di tempo (ma anche un solo minuto) in cose inutili ne faccio anche a meno.

Perché non ripartire da un nuovo nome, un nuovo blog, una nuova veste grafica, come fanno in tanti? Bah, perché fondamentalmente questo sono io, punto e basta. Non nego che un nomecognome.it sancirebbe più un taglio netto con il passato, ma sono sicuro di non riuscire ad aggiornare il blog abbastanza spesso (perché vorrei evitare di scrivere cose che non fossero interessanti per me da scrivere o interessanti per quelle poche persone che tengono a me da leggere) da giustificare un cambiamento così radicale.

Dopotutto deve essere un piacere quello di scrivere. E lo si deve fare con il giusto ritmo.

E che la frenesia, sì, si fotta.

P.s. Phonkmeister profetizzò. I blog torneranno di moda. Io avevo in mente questo post da prima che lo scrivesse, gnegné :P (non ho prove, ma basti la fiducia, cosa assai rara)

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Tante volte mi sono chiesto come sarebbe stato il mio primo bacio. È una cosa normale, che ad ogni punto ogni adolescente affronta. La cosa che un po’ mi fa strano è che me lo sia chiesto fino a non molto tempo fa, ovvero fino a 19 anni suonati.

Ebbene sì, sono stato un po’ un tardone, ma non mi lamento.

Io, ecco, credevo di essere rimasto uno degli ultimi a non aver mai provato questo “piacere”, e invece, a quanto pare no. So che il concetto “uno degli ultimi” è molto relativo (non c’è rigore matematico! :lol: ) , ma in ogni caso credevo che fosse una specie rara, perlomeno per la mia generazione.

E, a quanto pare, mi sbagliavo.

Non dico che quasi nessuno della mia generazione arrivi quasi alla ventina senza aver dato un bacio, ma diciamo che un terzo circa, sì. E mi fa molto strano. In quel che ritengo un corretto “percorso formativo” (cursus honorum? vedetela come vi pare :-) ) questa fase ritengo si debba affrontare ben più giovani. (sulla quindicina, ad esempio, poi il “resto” gradualmente)

Mi pare ovvio che uno non possa deciderlo (a meno che non gli venga proposto e lui posponga questo avvenimento deliberatamente, il che presuppone una scelta che non ho intenzione di affrontare/criticare/supportare/discutere), quando arriva arriva (e infatti io diciamo che avrei fatto anche prima, se se ne fosse presentata anche l’occasione, ma ora, col senno di poi, sono contento che sia andata così), ma, ecco, credevo che la media fosse molto più bassa di quella che poi in fondo si è rivelata (non ho fatto una corretta indagine statistica: semplicemente ad occhio mi sembra più grande di quel che credessi).

L’idea di questo post (sennò divago e non va bene) è fondamentalente questa: credevo che la mia generazione fosse quella del “troppo presto”. E infatti ho diverse mie conoscenze che fanno ritenere questo “modello” appropriato. Gente che ha avuto il primo rapporto sessuale in 5ª elementare (non farò nomi, ma giuro che la cosa mi sconvolse abbastanza), o, più frequentemente, gente che ha bruciato tutte queste tappe nella scuola media. E mi sono accorto che è troppo sbagliato modellizzare queste cose.

Ormai, ora che non ho più complessi da farmi (del tipo «ma non è normale che non abbia ancora dato un bacio, cosa c’è che non va in me?»), cose che riconosco essere (state), col senno di poi, non solo completamente inutili ma anche abbastanza dannose e depressive, ma ahimé “normali”, vengo a sapere di molta più gente che sembrava vissuta e invece vissuta proprio non è.

Gente che si atteggia e basta. Bah.

Sono estremamente contento di come siano andate le cose, del fatto che mi ricordi del mio primo bacio perché è stato “sentito” e non “dato perché è tardi”. E queste son le cose belle della vita, si sa.

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Sono le 2:30.

La camera è buia, rischiarata soltanto dai lampi che penetrano fra la millimetrica fessura delle persiane.
Tuona.
Fa caldo e il condizionatore è impostato a 23°C.
Piove.
Goccia dopo goccia senti il tintinnare della piazza. C’è troppo rumore per dormire.
E allora si parla della vita, dell’universo, di noi e quel che sarà quando saremo lontani. Meglio non pensarci.
C’è ancora tempo, dopotutto.
La paura degli esami ancora da sostenere si fa lentamente strada pure fra i pensieri più gioiosi. L’ansia di non superarli si prende di te per qualche frazione di secondo. Poi, calma.
C’è ancora tempo, dopotutto.

E addormentarsi così, abbracciati e cullati dal dolce tintinnare dei tettucci nelle auto del parcheggio, dalle biciclette legate ai pali che questa notte non saranno rubate, dall’asfalto ancora lievemente tiepido per il sole rovente del pomeriggi. γλύκισμα

Ieri sera, non poi così lontana.

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