La scorta di buon gusto

L’Olanda è un bel paese, non c’è che dire, ma per il cibo non ci siamo per niente.

Spero che nessuno si offenda, se dico che non hanno una minima idea di cosa significhi mangiare bene. Ed è per questo motivo che io, in questa settimana in terra italica, mi abbufferò a più non posso.

E poi si torna a broodjes (panini) e frites (patatine). E a cucinare io (tutt’un dire).

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Di macchine virtuali

Sì, lo so, sono in debito di almeno un post sulla mia avventura olandese: spero di trovare presto il tempo necessario.

Quello di cui vorrei parlare stasera è un po’ un resoconto/promemoria di una delle tante peripezie che succedono a paciugare con robe un po’ particolari: le macchine virtuali.

Per vari motivi, di cui non parlerò, io uso Windows 7 e per praticamente tutte le cose che devo fare di “lavoro” (sia per piacere che per l’università) uso una macchina virtuale con su Ubuntu installato. E va tutto a meraviglia (presto ci faccio girare anche le cose in parallelo fra una macchina e l’altra, a momenti). O meglio, andava.

Oggi, sul tardo pomeriggio, mi sono apprestato ad aggiornare la versione di VirtualBox alla 4.1.4, e sono cominciati i miei guai: ha cominciato a lamentarsi che il modulo del kernel non era stato adeguatamente installato, o una cazzabubbola del genere. Mah.

Provo a reinstallare, niente.

Provo a fare un revert alla versione 4.1.2, ma niente.

Paciugo per mezz’ora provando a togliere e rimettere le macchine virtuali (tenendomi ben stretto il file buntu.vdi che contiene l’hard disk virtuale, con tutti i dati (no, non temete, nonostanti usassi Ubuntu, le mie directory di lavoro essenziali erano su Dropbox (tramite una cartella condivisa) e comunque le cose importanti / di programmazione sono anche in una copia su GitHub.

Fermi tutti, chiamate la neuro

Vabbé insomma, “VirtualBox non s'ha da fare” (cit.)

Qualche tempo fa, un po’ così per giuoco, ho provato a ehm installare OSX Lion virtualizzato ehm, e per fare ciò è servita una copia, prestata da ehm un amico ehm, di VMWare Workstation.

Beh, allora mi son detto: “Già che c'hai un altro programma di virtualizzazione nel tuo sistema, perché non provare a fare in modo di vedere il vecchio Ubuntu tramite quello?”.

Beh, sì, teoricamente suona bello. Peccato che i formati non siano minimamente compatibili. Però, fortunatamente, internet mi ha aiutato.

  1. Convertire l'immagine VirtualBox (.vdi) in formato raw (.raw) usando un tool stesso (da riga di comando di Windows, che orrore!) di VirtualBox.
  2. Convertire l'immagine raw in formato VMWare (.vmdk) usando Qemu
  3. Creare una nuova macchina virtuale su VMWare (in modo che crei lui i file di configurazione)
  4. Rimpiazzare brutalmente il file .vmdk in modo da usare l'hard disk che già avevamo.
Una guida fantastica che ho trovato, è stata questa. E funziona esattamente come dovrebbe.

Tuttavia, non finiscono qua i problemi della serata! Ovviamente la macchina virtuale era configurata per girare seamlessly sotto VirtualBox, ma VMWare è tutta un’altra storia. Urge installare degli appositi tools, peccato che nel frattempo è finito lo spazio.

E allora? Beh, dobbiamo ingrandire l’hard disk virtuale, peccato che non sia così semplice.

  1. Ingrandire l'hard disk usando un tool (ancora da riga di comando di Windows, orrore!/2) specifico di VMWare
  2. Visto che non è possibile estendere la partizione mentre la si usa, creare una macchina virtuale nuova
  3. Usare nella seconda macchina virtuale il LiveCD di Ubuntu
  4. Usare Gparted e ingrandire la partizione.
Ancora un grazie, a questa guida.

Ok, ora c’è sufficiente spazio nell’hard disk per installare i tools, procediamo!

Ehi, va tutto bene.. tranne che a un certo punto qualcosa va storto e alcune funzionalità non vengono installate (tra l’altro, è davvero molto user-friendly la loro installazione, spiegano passo passo quello che succede in maniera giusta, gentile e precisa).

E allora? Beh, facile,vai in /usr/lib/vmware-tools/modules/source e spacchetta il file vmhgfs.tar, modifica il file super.c, rimpacchetta tutto e fai ripartire la configurazione.

Sì, è un casino, ma poi almeno la funzionalità delle shared folder è stata installata.

Chiudo qua, con lo stato delle cose in questo modo. Un solo commento: avevo evidentemente un bel po’ di karma da recuperare, ma mi son divertito. Ps. mi sembra di esser tornato un nerd sedicenne, usando questo tono così intenibile. Scusatemi.

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Fra tulipani e mulini a vento / 1

Sono qua, a Utrecht.

Il viaggio è andato sufficientemente bene, e avevo iniziato a scrivere, sia sull’aereo, che nei primi giorni qua in Olanda. Complici vari casini, fra cui la connessione più che a singhiozzo, non se ne è fatto nulla. E ora, eccomi qua a raccontare un po’ quel che ho visto in questi quindici/venti giorni di mia permanenza nella terra strappata dal mare.

Data l’enorme mole di informazioni, come si può ben immaginare, alla fine ho deciso di spezzare il tutto in vari post. Questo che segue è il primo (e sicuramente non ultimo).

N.b. l’afaikas far as I know, è sempre implicito, dal momento che sono sicuro che ci sia ancora MOLTO da scoprire.

(altra piccola nota: nel post vedrete dei termini in olandese che contengono il dittongo ij. Si pronuncia ei. Lo metto in chiaro subito, e spiego perché sia necessaria questa precisazione nella sezione dedicata alla lingua, di prossima (appena la scrivo) pubblicazione).

La città

Utrecht è più o meno il centro dell’Olanda, in termini geografici. Io risiedo nel centro storico, praticamente attaccato alla domtoren, il campanile e simbolo architettonico della città, che ogni giorno ci delizia con veri e propri concerti (non il solito dong dong dong a cui ero abituato in patria, ma più o meno delle vere e proprie esecuzioni musicali, anche molto complesse (barocche, a orecchio, ma ovviamente non ci metto la mano sul fuoco).

Sono venuto in questa città completamente ignaro di ciò in cui essa consisteva (a parte l’università, per cui ovviamente mi ero informato) e devo dire di essere stato piacevolmente sorpreso. Prima di tutto, dal punto di vista visivo, è molto bella. Non ho una particolare esperienza di Olanda, a parte quello che posso aver visto sul treno Nijmegen - Utrecht e la città stessa, ma ritengo che sia ben curata, con dei bei palazzi e in generale un’ottimo aspetto.

Ovviamente, spostandosi nei quartieri più multietnici un po’ di degrado si vede, ma mi pare essere molto inferiore rispetto a quello checi  potrebbe essere in una città italiana paragonabile, come ad esempio Bologna (più o meno).

Il campus universitario, il Die Uithof, necessita di un discorso completamente a parte, e ne parlerò nella sezione dedicata all’università.

Per il resto, urge ricordare che siamo in Olanda, una terra praticamente tutta strappata dal mare, e l’acqua è un’entità con cui gli olandesi hanno imparato a convivere, un nemico-amico (non ho ancora avuto modo di andare a vedere la grande diga, ma presto provvederò, prometto). Anche qui, sebbene in misura molto minore rispetto ad Amsterdam, il canale è un’entità importante. Sopratutto perché abito in centro, proprio nel quartiere fra l’Oudegracht e il Nieuwegracht (oud = vecchio, nieuw = nuovo, gracht = canale), quindi l’umidità è a livelli altissimi. Comunque, a parte questi due canali, e qualcosa di più, il resto della città non è a pelo dell’acqua, o quasi.

Particolarmente carino è comunque l’omonima via che costeggia l’Oudegracht, dato che costituisce una buona fetta del centro cittadino, inteso come punto di ritrovo e sede di molti locali carini nonché di negozi.

A proposito di negozi, urge fare una modesta parentesi: io sono abituato al fatto che in Italia (perlomeno a Cervia, Cesena e Ferrara, dato che la mia esperienza concreta si limita solo a queste tre, più o meno) i negozietti stanno sparendo (o sono in mano a extracomunitari) e quindi più o meno tutto quello che uno deve comprare è concentrato nel centro commerciale. Qua invece, il discorso è diverso. Le vie del centro sono infatti caratterizzati da decine e decine di piccoli negozietti (antiquariato, libri, gallerie d’arte, robe per la casa, elettricista, e chi più ne ha più ne metta), in misura molto maggiore rispetto a quello a cui sono abituato in Italia.

Un discorso a parte merita poi il centro commerciale cittadino, che si trova nel mezzo esatto della città, l’Hoog Catharijne. Per quanto riguarda questo complesso commerciale, devo dire che sono rimasto subito stupito: prima di tutto perché è nella stazione, anzi, è la stazione.

Ok, urge una spiegazione un po’ più chiara: a Utrecht, nella zona della stazione (in cui sono in corso pesanti lavori, la cui fine è prevista per il 2030 con il sorgere di una cosa oggettivamente fighissima, ma che non ho ancora capito :-P, ma una roba grande, ecco) c’è tutto un’edificio, che passa anche sopra le strade (una verrà rimpiazzata da un canale, entro il 2030, ritornando alla situazione medievale, o quasi, dei flussi d’acqua cittadini :) ) ed è MOLTO grande. E dentro ci sono una settantina di negozi (H&M, MediaWorld (che nel resto d’Europa si chiama MediaMarkt, ma fa lo stesso), Albert Heijn (la Conad olandese), eccetera), la stazione dei treni, la stazione degli autobus, eccetera eccetera eccetera. Insomma, se hai bisogno di qualcosa, è molto probabile che lo trovi lì.

È comunque necessaria una precisazione: non c’è l’ipermercato. Sarà che io sono fulminato, o che non sono andato praticamente mai fuori dal centro (a parte all’IKEA :p ) ma io di ipermercati enormi non ne ho visti. Madovecazzovannogliolandesiafarelaspesa? Fortunatamente vicino a casa c’è un Albert Heijn, ma devo dire che un qualunque supermercato di Ferrara (senza andare all’Ipercoop) sia più grande. Boh, questo devo ancora capirlo. Ma parlerò di quello che si compra al supermercato in una sezione a parte, quella sul cibo ;)

Ho ancora una cosa da aggiungere, anche se non si tratta propriamente di un commento sulla città: le possibili modalità di pagamento qua in Olanda. Sì, c’è bisogno che io dica qualcosa in merito, perché è abbastanza diverso a com’ero abituato. Prima di tutto, il contante non è il metodo di pagamento più utilizzato; infatti, pure alla stazione, le macchinette non accettano contanti (alcune macchinette accettano monete, ma è un caso, e comunque direi che è difficile pagare il biglietto del treno solo con monete, a meno che tu non abbia una tasca che pesa un kg), e se vuoi pagare con questi devi andare in biglietteria (e ti becchi pure il sovrapprezzo di 0,50€! -.-’ ). Infatti, la maggior parte dei pagamenti avvengono con il bancomat, oppure con il cosiddetto chipknip. Avete presente il chip nelle carte di credito emesse in questi ultimi anni? Ecco, a quanto pare, si può usare in un modo particolare, nonostante pensassi che tale aggeggio servisse solamente in quanto più affidabile della più classica banda magnetica.

Ma spiego meglio, ché mica mi piace fare confusione: ci sono due circuiti di pagamento, uno è quello tradizionale (in cui i terminali sono collegati alle banche, proprio come in Italia, e si paga tramite bancomat, ovvero inserendo la carta di credito (si usa il chip e non la banda magnetica in quanto è più sicuro) e poi inserendo il pin), e un’altro è quello del chipknip, con i terminali scollegati dalle banche (macchinette per merendine, eccetera: l’importo medio di una transazione col chipknip è fra 2 e 3 €). Per poter usare quest’ultimo, è necessario recarsi in un particolare sportello (ce ne sono decine sparsi per la città, e pure per il campus universitario in quanto lì quasi tutto, compresa la mensa, viene pagato in questo modo) e “caricare” il chip, andando a prelevare dal proprio conto corrente.

Lo so che possa sembrare un po’ macchinoso (e in effetti un po’ lo è), ma in generale è tutto abbastanza comodo, compreso il fatto che qua si faccia tutto tramite internet.

Comunque, considerate tutte queste cose e qualcos’altro che mi sfugge, e che spero di riuscire a ricordare prima della pubblicazione del post, in modo da permettermi di aggiungerlo, Utrecht è promossa a pieni voti.

Trasporti e servizi

Per quanto riguarda la parte dei trasporti, è rigoroso ricordare il fatto che ci troviamo in Olanda, terra celebre per l’uso della bicicletta. Nonostante me la sia procurata solo oggi, a distanza di due settimane dal mio arrivo (complice il fatto di abitare in centro, e quindi di non dover fare poi così tanta strada per andare dove mi serviva), confermo che è il mezzo di trasporto più usato dalla popolazione.

Per quanto riguarda il trasporto pubblico di Utrecht, devo dire che il servizio è ottimo. Ci sono moltissime corsie riservate agli autobus, cosa che permette di arrivare da Janskerkhof (la fermata della linea 11, quella che va diretta in facoltà) all’Uithof (il campus), distanti 4 km abbondanti, in poco più di 5 minuti. Zero traffico, dal momento che viaggiamo su corsie dedicate agli autobus.

In generale, non ho visto delle gran strade trafficate: come ripeto la mia visione è sicuramente condizionata dal fatto di abitare in un posto dove uno la macchina ce la porta solo se ci abita (e il parcheggio, nella mia via, è a pagamento e molto salato), quindi posso dire che è abbastanza infrequente vedere un’automobile nella mia zona.

A quanto mi dicono, comunque, nelle autostrade olandesi (gratis) il traffico è notevole e sono abbastanza comuni ingorghi o rallentamenti (tra l’altro mi è stato detto che, onde evitare code in cui le macchine sono ferme, chilometri prima viene messo in pratica un limite di velocità forzato e molto basso (30 km/h o giù di lì) in modo che le macchine vadano piano (risparmiando carburante) e arrivino al punto critico quando ormai il traffico è un po’ scemato). Comunque non ci metto la mano sul fuoco, essendo solamente una notizia riportata. Verificherò, se ne avrò l’occasione (difficile, non mi sposto con la macchina).

Comunque, ritornando a parlare dei mezzi pubblici, devo notare che sono un po’ costosi, perlomeno per me. E qua avviso che si apre una parentesi abbastanza lunga, perché cambia abbastanza rispetto a quello a cui sono abituato.

Tendenzialmente, per spostarsi in autobus, ci sono due modi: strippenkaart (strisce) o OV-Chipkaart (una specie di smart card), nel primo caso, cosa che abbiamo fatto io e Kleopatra, si possono acquistare sull’autobus direttamente  (0.80€ ogni striscia) o in biglietteria (15 strisce 7.70€). Il numero delle strisce da usare (il conducente le timbra), dipende dalla strada che si vuole fare: la città è divisa in zone (1 zona = 2 strisce, 2 zone = 3 strisce, e poi non ho idea). Considerato che girare in centro è 1 zona e andare in facoltà sono 2 zone, devo dire che come metodo di pagamento è abbastanza costoso. Andare e tornare dalla facoltà sono 6 strisce, più o meno 3 euro. Non pochissimo per 6-7 minuti di autobus andare e 6-7 a tornare.

Come dicevo, l’altro metodo di pagamento è questa smart-card. Ne esistono di due tipi, una personale e una no, di cui io conosco solo il primo. In questa smart-card, che può essere ricaricata proprio come la SIM di un telefonino, sono memorizzati tutti i nostri dati e va avvicinata ad un apposito sensore al momento della salita sulla vettura, facendo un vero e proprio check-in, ma anche al momento della discesa, facendo un vero e proprio check-out. Con questo meccanismo (che sinceramente a me non piace, dato che da qualche parte qualcosa logga dove salgo e dove scendo, quanto di frequente e così via), si paga una tariffa fissa e un tanto al km.

Per gli studenti olandesi (è bene evidenziarlo) è prevista una tariffa particolare. Non ho ben capito se ne hanno diritto tutti, o solo alcuni, (perdonatemi, le pagine sono tutte in olandese e con google translate si riesce a capire più o meno, ma non è che sono andato a indagare più di tanto, non riguardandomi), ma a quanto pare essi viaggiano gratis. Infatti esiste il cosiddetto studentenreisproduct una specie di card (che dovrebbe assomigliare alla smart-card di cui sopra) che permette agli studenti di viaggiare gratis nel periodo da loro prescelto (week, ovvero durante la settimana lavorativa, o weekend). E questo sistema vale non solo per gli autobus, ma anche per i treni e per quant’altro; e nell’altro periodo (cioè non quello scelto per viaggiare gratis) si hanno forti sconti. Ah, dimenticavo, si possono portare altre persone con sé ed esse o viaggiano gratis o con forte sconto (non ho capito, pardon).

E io, dato che non sono olandese, non ne ho diritto. Anche se sono studente comunitario, anche se pago le tasse universitarie e tutto quanto, non ho diritto a essere trattato nello stesso modo rispetto ad un olandese, perlomeno per quanto riguarda questo piccolo aspetto. E stiamo parlando di più di 60 euro al mese (circa il costo abbonamento cittadino, se non ho capito male) a cui vanno aggiunte le spese per i treni (di cui non usufruirò molto ma vabbé). Questa cosa mi ha un pochino fatto storcere il naso.

Poi ripenso all’Italia e vedo che uno studente da noi non ha un’agevolazione (il cinema è forse l’unica cosa che mi viene in mente, ma non c’entra visto che stiamo parlando di trasporti) neanche a cercarla. Trenitalia?  ATC/ACFT (trasporti pubblici bacino di Bologna e Ferrara)? Nulla, che io sappia (sono più che felice di essere smentito nel caso, dico davvero, fatemelo sapere!).

Anche per quanto riguarda il trasporto ferroviario, l’Olanda è molto avanti. Anche qua la mia esperienza è abbastanza limitata, dato che ho preso un intercity per la linea Nijmegen-Utrecht, però sono più che soddisfatto. I treni sono moderni e puliti (un po’ freddini).

Per quanto riguarda il costo di questi ultimi, devo dire che sono paragonabili agli intercity italiani, ma qua gli studenti (tutti, indipendentemente dalla nazionalità, basta che siano iscritti qua in Olanda) hanno il 40% di sconto. E quindi costano poco più di un regionale italiano).

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In cerca di una casa in Olanda

Sono giorni davvero duri.

Un po’ è il fatto che le borse, in questi ultimi giorni, vadano di moda “a tracollo” (cit.), e che la cosa mi tocchi sia personalmente che non (siamo alla frutta, credetemi, antags: italiano date a vedere cosa dice Tooby ), un po’ è che il giro di ricognizione a Utrecht mi ha parecchio deluso.

Probabilmente mi ero creato un’aspettativa eccessiva, devo ammetterlo, ma anche la realtà è stata discretamente deludente: si tratta di una città con un’università notevole (30000 studenti), ma credevo di non trovare un’eccessiva difficoltà nella ricerca dell’alloggio, dal momento che le mie esigenze erano un pelo differenti dallo studente medio: volendo contemporaneamente andare a convivere con Kleopatra, mi sono orientato verso la scelta di un appartamento, piuttosto che di una stanza; insomma, niente coinquilini.

La realtà degli affitti a Utrecht, purtroppo, è stata una vera e propria doccia fredda.

Degli 8 appartamenti (che credevo fossero decenti, dato che io e Kleopatra abbiamo convenuto di poter spendere anche un po’ più di soldi, pur di trovare un appartamento più che decente) che avevo preventivamente selezionato dal sito Pararius (un aggregatore degli annunci delle varie agenzie, grossomodo), non ne sono riuscito a vedere neanche uno.

Ne ho visti due in tutto, nonostante mi sia rivolto a 4 agenzie.

Alcuni erano già stati affittati, altri non vengono affittati a studenti (pregiudizi.. ora pago per il comportamento di persone come i miei vecchi coinquilini zozzoni di Ferrara), altri ancora sono per una sola persona (cosa che non riesco a concepire: cosa cambia? Ti pigli i soldi, l’appartamento è da 50-60 mq, quali problemi ci sono?), e così via.

Ho in generale risconrato un comportamento molto deludente da parte di 3 delle 4 agenzie consultate: si prendono una mensilità (stiamo parlando di più di 1000 €) e ti trattano come se ti stessero facendo un favore. IO mi sono sbattuto a cercare le case, IO sono andato a cercarli dopo che NON hanno risposto alla mia email di richiesta informazioni (a proposito, imboscatissimi uffici in casa segnalati da una targhetta 7x10 cm sopra il campanello, dentro il cortile)… E loro mi hanno trattato come se fossimo alla fine di una lunga ed estenuante trattativa per due spiccioli.

E cosí, mi sono dovuto abbastanza arrangiare. L’appartamento che ho trovato è in centro, centrissimo, e ha il bagno sparso per la casa: il wc di sotto in una stanza (cieca) insieme alla lavatrice, la doccia e il lavandino sono nel soppalco che costituisce la camera da letto. Fantastico.

In realtà basterebbe già il fatto che il soppalco è raggiungibile tramite una scala praticamente A PIOLI…

Però ha anche i suoi lati positivi: sopra nessuno (il soppalco è il sottotetto, molto accogliente), sufficientemente spazioso (sulla carta), e, come dicevo, in centro.

Però, costa caruccio. E soprattutto l’agenzia si prende una discreta somma. Il contratto è di sei mesi (rinnovabili) e vedremo se nel frattempo riusciamo a trovare qualcosa di meglio.

Ma partiamo decisamente con il piede storto la nostra avventura nei Paesi Bassi.

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Migrazione

Ho finito la migrazione.

Non che qualcuno se ne sia accorto (e non per la mia rapidità, che non c’è stata), ma ora dovrebbe essere tutto a posto.

Ora andvari.it e blog.andvari.it dal server gentilmente fornitomi da Gvf sono migrati in terre americane. Non ho idea dove, ma le ho accorpate al mio sempre più grosso account DreamHost.

Non è stata tuttavia per niente facile la migrazione, per colpa del mio pusher (:lol:) del dominio andvari.it, tophost.

Infatti DreamHost funziona, per così dire, flawlessly se si può impostare direttamente ns1.dreamhost.com e ns2.dreamhost.com come nameservers. Ma, ovviamente, non può andare tutto così liscio.

In un modo o in un altro, ce l’ho fatta. ;)

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questi sono solo archivi, il blog si è spostato:

these are just archives, the blog has moved:

http://davidetaviani.com