Avevo già accennato l’idea qualche giorno fa, il giorno in cui poi è caduto il governo, che la situazione politica non mi va bene per niente. E lo dico da un giovane che da meno di un anno ha acquisito il diritto (ma io dico il “dovere”) di votare e di scegliere il futuro del paese.
E mi sento molto combattuto, perché se da una parte c’è la volontà di migliorare la situazione dello stivale, dall’altra mi accorgo di come le cose siano peggiori che nella maggior parte dei paesi d’Europa e, più in generale, del mondo occidentale: così mi si prospetta l’idea della “fuga” dall’Italia, verso un posto dove si sta meglio, perché “la patria è dove si sta bene”. (NdH: un filosofo deve aver detto qualcosa del genere, ma non mi ricordo chi, e recentemente ho trovato questa affermazione nei “Promessi Sposi”, per opera di Perpetua).
Mi faccio un po’ schifo a pensarla così, perché se tutti fossero come me in questa Italia non rimarrebbe nessuno e quindi nessuno risolverebbe i problemi, ma, per come vedo la politica, non c’è un modo concreto di fare qualcosa. È tutto così statico, fatto apposta perché non cambi e le stesse medesime persone ne traggano i soliti benefici (economici e politici).
Sono stufo di questa situazione e in più si aggiunge la mia indecisione su quale parte stare: il cuore è da una parte, le idee dall’altra. Ma mi rifiuto di pensare a uno schieramento destra-sinistra, mi voglio definire sopra (o sotto). Sopra cosa non lo so, ma non è mai bene stare sotto.
Rivoluzione? Sì, ma prima di tutto culturale. Perché la mentalità ora è quella del “ti frego appena posso” che tanto ci contraddistingue (spesso a spese dello stato, ovvero di tutti) e che tanto ci penalizza.
È ora di ritornare a vivere bene. Dentro o fuori?
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