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Happiness only real when shared.

Into the Wild è probabilmente uno dei migliori film che abbia mai visto, e sicuramente fra quelli che mi hanno fatto più pensare. Devo ovviamente ringraziare una certa persona che mi ha dato la spinta decisiva affinché lo vedessi. :)

Mi piacerebbe spendere qualche parola in proposito, anche se ho la terribile sensazione di risultare patetico. Però sono stati pochi i lungometraggi che, una volta terminati i titoli di coda, mi hanno lasciato a bocca aperta. Una voragine dal quale l’inesprimibile  cerca di venir fuori, ma ogni tentativo di dare una forma risulta inevitabilmente in un fallimento, ogni pensiero allontana da questo stato di semi-incoscienza, in cui ti chiedi tutto o forse niente.

Ecco, questo è l’effetto che fa un bel film come questo. Ti lascia con qualcosa di più, dentro.

I have lived through much, and now I think I have found what is needed for happiness. A quiet secluded life in the country, with the possibility of being useful to people to whom it is easy to do good, and who are not accustomed to have it done to them. And work which one hopes may be of some use. Then rest, nature, books, music, love for one’s neighbor. Such is my idea of happiness. And then, on top of all that, you for a mate, and children perhaps. What more can the heart of a man desire?

Lev Tolstoj

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(Lo so che questo post potrebbe sembrare copiato da eio, come la mia home page, ma giuro che è andata veramente così, sarà che mi influenza troppo).

Questa mattina, saranno state le 6 e mezza, mi sono svegliato di colpo. Stavo facendo un sogno che parlava di tante cose: fondamentalmente era una storia alternativa di Robin Hood che si svolgeva da un’altra parte, attorno ad un lago. C’era persino un unicorno a cui ho fatto una foto con un iPhone. Credo che non fosse proprio verosimile questo sogno, non tanto per l’unicorno o perché sospetto che gli iPhone non ci fossero al tempo di Robin Hood, ma quanto perché l’iPhone, giralo come lo vuoi, le foto proprio non le fa.

E insomma io ero in questa compagnia di uomini in calzamaglia a tirare delle frecce ad una fazione rivale che stava dall’altra parte del lago, ed ero anche bravino, a tirare ‘ste frecce. E lo era pure frate Tuck. Ecco, c’era anche frate Tuck che aveva una faccia conosciuta. E poi mi sono svegliato.

Ecco quella faccia lì io l’avevo già vista, sapevo perfettamente che era un attore che aveva fatto Guglielmo da Baskerville ne Il nome della rosa, sapevo che era stato un James Bond, sapevo che è un sir, sapevo che era scozzese e sapevo che era stato anche Henry Jones Sr ne I predatori dell’arca perduta, ma il suo nome proprio non me lo ricordavo. Allora mi sono alzato e sono andato in cucina a chiedere a chi era sveglio quale fosse il nome di quest’attore, ma proprio non c’era modo di saperlo. Tornato a letto, pensavo e pensavo che in fin dei conti era troppo famoso perché non mi ricordassi il suo nome, però proprio non c’era verso che mi venisse in mente. E così pensa e pensa, alle 6 e 30 del mattino, uno si sveglia. Allora poi uno decide di alzarsi e di andare a vedere su internet come si chiamava questo attore e l’impulso a bloggare la cosa lo prende.

Spero domani notte di non sognare Harrison Ford. (meno male che a Ferrara il pc è vicino al letto e faccio presto a sapere il suo nome)

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Il mondo è proprio banale:

Ieri, girando per caso su StumbleUpon, sono capitato su questo recente fumetto on-line: One more Robot. Molto carino, peccato che l’aggiornamento sia settimanale o qualcosa del genere.

In ogni caso, alla quarta strip, la mia attenzione è stata catturata dalla scritta sulla maglietta della tipa: “Tony Stark does it in a cave with a box of scrapes”. Non capendo la citazione, continuo a leggere, dimenticando presto quella scritta.

Dato che ieri sono stato a Ferrara e per questo motivo mi sono un po’ stancato, ho deciso di vedere un film per rilassarmi e la scelta è ricaduta su Iron Man. Ricordo sempre che i film li guardo in lingua originale con al massimo i sottotitoli in inglese. Ad un certo punto sento una frase

“Tony Stark was able to build this, in a cave, with a box of scraps!”

E allora ho avuto l’illuminazione. Sì, il mondo è banale e le coincidenze sono il pane quotidiano.

(btw Iron Man è proprio bello!)

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Stasera mi è capitato di vedere un film di un tempo che fu. I favolosi anni ’60.

Gli anni della rinascita, gli anni del boom, gli anni del consumismo.

Ovviamente non sono riuscito a vedere quegli anni ma mi sono fatto raccontare dal prodeGenitore® com’era. E penso che tutto sommato sarei stato contento di vivere durante quegli anni. Si stava peggio, sicuramente, rispetto ad adesso, ma come si suol dire si stava anche meglio.

La semplicità della vita, dei rapporti interpersonali, del pensare e tutto quanto.

Ecco, ora è tutto dannatamentecomplicato. Non ci sono molte altre parole per descrivere il XXI secolo.

In ogni caso questo film mi ha molto colpito, perché è stato abbastanza anticonvenzionale rispetto a tutti i film che ho visto / intravisto e che si collocano in quel determinato cronotopo (tanto per dirla alla prof. Alberto). Cioè la mia osservazione di poc’anzi che la vita era più semplice può essere facilmente vista anche in chiave cinematografica: i film erano più semplici, più convenzionali, più lineari e soprattutto con un ritmo ben diverso dalla frenesia dei giorni nostri (guardare Wanted per un confronto lampante).

Questo film, invece, è riuscito a impressionarmi fin da subito. Prima di tutto perché la storia non è affatto lineare, in quanto il protagonista si trasforma lentamente in ciò che detesta, mentre la tecnica con cui è stata realizzata, con frequenti pause durante le quali il superbo Nino Crisman si rivolge direttamente al pubblico, rivelando le sue riflessioni, è qualcosa di strabiliante.

Visionario anche questo film, a mio avviso.

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Ieri sera ho avuto la bella idea di andare al cinema con i miei amici e, anziché vedere “The Dark Knight” come ci si aspetterebbe di questi tempi, siamo andati a vedere Funny Games.

È stato il film più scioccante che abbia mai visto. Ieri sera a caldo, era stato da me definito come “il più merdoso di sempre” ma, dopo aver finito e riletto questo post, mi sono decisamente ricreduto.

Funny Games è un concentrato di violenza gratuita come pochi, un film per sadici, una cosa devastante.

Nel trailer viene detto che il film si è ispirato al capolavoro Kubrickiano “Arancia Meccanica”, ma in realtà ci sono solo un paio di citazioni sparse, ma senza alcun senso.

Un po’ di trama (che tanto non ha senso di per sé):

Si inizia con questa famiglia che ascolta musica classica e si reca al lago per passare una vacanza. Dopo qualche minuto un po’ noioso appare uno dei due ragazzi protagonisti chiedendo delle uova. “Casualmente” rompe le uova, “casualmente” fa cadere il cellulare della donna dentro il lavandino. Poi, quando i toni diventano un po’ accesi arriva Micheal Pitt, che con la scusa di provare un set di mazze da golf, fa fuori il cane. Prima che la famiglia possa scoprirlo, Tim Roth dà uno schiaffo a Micheal Pitt per la sua insolenza e in cambio questo gli rompe un ginocchio con il driver (nel gergo, la mazza 1). Le scene successive sono state dolorosissime, quando riempivano di cartoni la moglie e facevano di tutto per far soffrire il marito con la gamba spezzata.

Il resto del film non lo rivelo: non ho voglia di ripensare alla violenza ivi contenuta.

Ma adesso farò una breve critica tecnica, per quel che me ne posso intendere io.

Il film in sè non è fatto per niente male, a parte la trama completamente anticonvenzionale, e si può parlare quasi di metacinema. Mi hanno molto colpito gli spezzoni del film nel quale il personaggio di Micheal Pitt si rivolge direttamente al pubblico con frasi del tipo “Vero che voi volete vedere questo gioco?”.

Un’altra cosa che lo rende un film dentro un film è un punto, verso la fine della storia, nel quale il personaggio di Naomi Watts riesce a sparare ad uno dei due aguzzini, allora Micheal Pitt prende il telecomando e fa “rewind”, ritornando a poche scene prima e impedendo che il suo compare sia ucciso.

Le riprese sono state molto belle, con la telecamera spesso posizionata in luoghi che non ci si aspetterebbe: emblematica, in questo senso, la scena finale dove i due ragazzi, pronti a torturare e uccidere un’altra famiglia, stanno sbarcando e la telecamera, appoggiata sulla barca, fa una lunga ripresa della manovra, inquadrando i piedi di Pitt (un po’ di pubblicità gratuita alle All-Star?).

Gli attori sono riusciti a dare un notevole spessore psicologico a dei personaggi un po’ messi lì per niente (è sempre il discorso della trama) ma in alcuni casi sono riusciti a rendere perfettamente il dolore che si può provare in quelle situazioni: emblematica, in questo caso, la scena in cui il personaggio di Tim Roth, mentre sta provando ad asciugare il cellulare e chiamare il 911 prende una baguetta e le dà un morso, ma dopo qualche boccone non riesce a mandare giù nulla (e ci credo, ha il figlio con un buco nella testa e il sangue sulla parete nella stanza accanto!). Ecco, la scena successiva all’uccisione del piccolo è stata molto interessante, sia perché è stata una “one-take” di diversi minuti, ma soprattutto perché, essendo la Watts legata come un salame, con le mani dietro la schiena e le caviglie strette, per riuscire a ad alzarsi e fare le cose che ha fatto (tra l’altro spegnere il televisore che mi ha permesso di constatare che Montoya è ancora vivo) è stato necessario un cospicuo sforzo fisico. Povera lei.

Ma, che senso aveva questo film? Me lo sono chiesto, facendo un paio di collegamenti con Arancia Meccanica.

Il capolavoro di Kubrick era considerato estremamente violento (giuro che  a questo “je fa ‘na pippa”) ma almeno un significato ce l’aveva: la violenza è un male grandissimo, ma eliminare la violenza con la costrizione (in quel caso psicologicamente) è un’altra forma di violenza, altrettanto deprecabile.

Questo film invece, più che avere una trama e una morale, è un esperimento di manipolazione dell’audience. Infatti il regista (che non è poi così male, tutto sommato) ha deciso di far condividere al pubblico le emozioni, le sensazioni, il dolore, l’angoscia, la disperazione dei protagonisti.

L’unico vero parallelo tra questo film ed Arancia Meccanica è da ricercare, anche questa volta nel meta-cinema: il pubblico è costretto a guardare una dose massiccia di violenza, proprio come Alex DeLarge (vado a memoria, non mi ricordo bene il nome del personaggio principale del film di Kubrick) è costretto a guardare i più beceri misfatti insieme alla musica di Ludovico Van.

Siamo stati un po’ tutti violentati da questo film, un po’ tutti “rieducati” alla stigmatizzazione della violenza, un po’ tutti vittime e, dentro di noi, un po’ tutti aguzzini.

Visionario è una parola appropriata per questo film.

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