Posts Tagged “latino”

Grazie al mio professore che mi ha fatto fare una relazione su un approfondimento di Orazio, il poeta latino, al quale non ho assistito, vi delizio strazio con un qualcosa scritto da me:

Quinto Orazio Flacco, maestro di eleganza stilistica e dotato di inusuale ironia, fu un poeta latino che seppe affrontare le vicissitudini politiche e civili del suo tempo da placido epicureo amante dei piaceri della vita, dettando quelli che per molti sono ancora i canoni dell’ars vivendi.

La produzione letteraria di Orazio si inserisce nella cosiddetta “età augustea”, ovvero quel momento della storia di Roma in cui si assiste al passaggio dalla repubblica al principato, con l’ascesa dell’imperatore Ottaviano Augusto, dal quale per l’appunto questo periodo prende il nome; l’essere stato spettatore di tutti i mutamenti politici avvenuti in quegli anni ha certamente influenzato il suo stile, e un esempio di ciò lo abbiamo soprattutto nelle Odi, probabilmente l’opera più famosa dell’autore latino, in particolare nell’undicesima del libro I, dove il lettore viene ripetutamente invitato a godere della vita con la celeberrima frase «carpe diem» Proprio questo carpe diem oraziano si può vedere come una reazione al senso d’irrazionalità e imprevedibilità degli eventi di quel periodo, concezione che il poeta latino avrà anche una volta avviato l’impero augusteo, che coincide con la cosiddetta pax augustea in termini politici e sociali, ovvero un periodo di pace e tranquillità.

Il poeta diede il proprio consenso al regime augusteo, esattamente come altri grandi autori coevi fecero, ad esempio Virgilio e Properzio, per godere la serenità della vita ed esercitare in tranquillità l’attività poetica, tuttavia fece ogni sforzo per cercare di salvaguardare la libertà delle sue scelte di vita e di poesia. Le idee di Orazio, pertanto, si caratterizzano come indipendenti da ogni influenza politica, come egli stesso afferma nella prima epistola « [...] dovunque mi porta il tempo, come ospite mi lascio portare. [...]». Questa affermazione va interpretata come la libertà di cambiare pensiero che il poeta si riserva e non come la volontà di non aderire a nessuna filosofia in senso assoluto, giacché dai suoi scritti si vede come la sua dottrina sia simile a quella epicurea: infatti la morale oraziana si basa su un concetto tipico di questa tradizione filosofica, la ricerca dell’ataraxia, derivante dalla privazione della paura e del desiderio, e il poeta latino, insieme a questo concetto, adotta da Epicuro la concezione del piacere stabile, goduto all’insegna della moderazione.

Nel poeta, insieme ad un più evidente influsso epicureo, possono essere intraviste tracce di filosofia stoica, mediata attraverso la tradizione diatribica: Orazio avverte fortemente il bisogno di una saggezza certa, tipica di questa filosofia, ma ricercando la risposta in molteplici direzioni, adottando di volta in volta una morale provvisoria che gli consenta di servirsi di ogni filosofia senza esserne servo, coerentemente a quanto aveva affermato in precedenza riguardo alla sua indipendenza morale.

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Stanotte ho sognato di nuovo lei, Miss Moroon. Colei che per due anni ha ucciso la mia voglia di studiare latino e italiano. Beh brava, ma non mi piaceva.

E questa volta nel mio sogno cercava di spiegare fisica, allora G. (una mia compagna delle elementari che non sapeva praticamente nulla) era tipo andata interrogata ma in realtà stava dicendo cose nuove, allorché miss Moroon salta su e la corregge e va alla lavagna e scrive grandissimo. Io intervengo e dico ai miei compagni: “Guardate, scrive più grande perché così vuol farci credere di aver più ragione di G.!”

E il sogno è finito. E Miss Moroon l’elettromagnetismo non lo sa spiegare. Nemmeno un po’ :lol:

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Oh Tito, domani,
ci scontreremo alle porte della Città.

Certo, come avrete capito, domani ho la versione di Livio da fare. Per ora mi tocca deglutire sonoramente.

E sperare di avere un po’ di culo.

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Finalmente spero di aver appeso il dizionario al chiodo, con oggi. Non ne potevo veramente più. Per quest’anno. :(
In questo periodo di tempo, mentre cercavo di escogitare un metodo per evitare di tradurre dal latino all’italiano mi è capitato spesso di pensare all’utilità di questa lingua morta, eppure ufficiale di un paese, non molto distante da qua.

Ebbene ho anche ripensato al discorso che ci ha fatto la prof qualche tempo fa, sull’importanza del latino e bla bla bla. Così ora dirò secondo me cosa è importante del latino, e cosa no.

Allora, in primis (il latineggiare qua mi sembra appropriato), il latino aiuta senza dubbio la mente. Ora che ho fatto 4 anni di questa materia così impopolare nella mia scuola posso dire di padroneggiare bene i casi propri di questa lingua, giacché se non sai la differenza fra un accusativo e un genitivo puoi anche metterti sulla poltrona e aspettare un brutto voto. Dunque questa padronanza dei casi può rivelarsi molto utile per lo studio di alcune lingue straniere, come il tedesco; ricordo infatti che l’ultimo anno dello studio dell’idioma teutonico sapevo la desinenza dell’accusativo e del dativo, ma non avevo assolutamente capito come applicarla. Se potessi tornare indietro riuscirei almeno a pronunciare qualche parola in modo decente.

Per il resto? Continuare a tradurre in 4 liceo come se fossi in prima (facendo versioni da prima, talvolta -____- ) non mi sembra molto utile.

Meglio la letteratura, molto meglio.

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Un bell’urlo ci sta ogni tanto, quando le cose ti sfuggono di mano.

Un agguerrito urlo di incazzatura contro la prof che non ti accetta volontario su una versione che ti eri preparato bene (e il giorno dopo ti tocca andare volontario sua in Letteratura Latina (Cesare) che in  Dante (VIII canto del Purgatorio)).

Un bell’urlo di gioia per matematica e fisica: ho fatto un bel 61 ai giochi di Archimede (non è tanto, ma meglio del 48 dell’anno scorso)

Un urlo per liberare tutte le ruote di scorta…

Un urlo giusto per dare aria alla bocca, come il nominalismo (problema degli universali). (Sì lo so, chepppallle filosofia, vero?)

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