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Image of Nuova grammatica finlandese

Se c’è una cosa che appare chiara in questo libro, è l’interesse per l’autore nei confronti delle lingue.

I pezzi in cui Diego Marani dipinge (per bocca del pastore Olof Koskela) i tratti del finlandese, sono a mio avviso i migliori di tutto il libro (in particolare mi è rimasto impresso quando Olof spiega a Sampo che, mentre tutte le altre lingue sono una riga, il finlandese è un cerchio che avvolge la parola e la custodisce fino a quando questo bozzolo non si schiude e questa vola via).

Anche i passi in cui il pastore riporta a Sampo la storia narrata nel Kalevala, sono molto interessanti (ma questo deriva dal fatto che il mito stesso è molto interessante).

Per quanto riguarda la vicenda, ritengo che l’idea dello smemorato alla ricerca della propria identità che finisce col farsene una ex-novo sia un’ottima idea.

Purtroppo un senso di impotenza nei confronti del cosmo permea le pagine di questo libro e, di questa caratteristica, avrei fatto volentieri a meno, ma è solo questione di gusti.

In ogni caso è un bel libro e devo, ancora una volta, ringraziare chi me l’ha consigliato.

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Scrivo questo post anche se non ho ancora finito di leggere tutti i libri del cosiddetto Ciclo di Malaussène, (sono a metà di “Signor Malaussène”), ma ne ho voglia lo stesso.

Devo innanzitutto ringraziare la Laura che per il mio compleanno (eh già, lo scorso 9 giugno) mi ha regalato “Il paradiso degli orchi”, il primo libro di questo ciclo. Per un po’ ho pensato che non fosse un libro per me, dato che avevo iniziato a leggerlo almeno 2-3 volte, ma, inevitabilmente, finivo con smettere di leggere perché mi dedicavo ad altro (sostanzialmente stare al PC, :( ). E così, senza accorgermene, mi dimenticavo di quello che avevo letto e così dovevo sempre ricominciare.

La situazione è stata così all’incirca fino al 1 novembre. Quando sono andato in montagna (8 ore di treno andata e altrettante al ritorno) questo libro me lo sono letteralmente divorato. Avevo capito dove sbagliavo.

Pennac, in questi libri, usa uno stile decisamente strano. Strano perché i personaggi sono tutto tranne che verosimili (non mi dilungherò in descrizioni che possono benissimo essere trovate su Wikipedia, ad esempio). Variopinti senza dubbio, ma poco verosimili. All’inizio, le varie volte in cui ho provato a intraprendere la lettura de “Il paradiso degli orchi”, facevo fatica a immedesimarmi, a essere in empatia con quell’universo. È solo questione di tempo. Una volta che riesci a leggere abbastanza pagine consecutivamente da farti prendere dal mistero (in ogni libro c’è sempre un casino e Benjamin Malaussène viene additato come colpevole supremo di tutte le malefatte del cosmo), il gioco è fatto. Entri anche tu in quel mondo fatto di colori, suoni, odori che è la Belleville dipinta dallo scrittore francese.

E così questo libro l’ho letteralmente divorato, e sono pure riuscito ad annoiarmi durante il viaggio.

E ho letteralmente divorato il successivo, “La fata carabina” (a mio avviso il migliore).

“La prosivendola” mi ha invece dato un po’ di problemi. Nessuna mia conoscenza l’aveva (io non compro i libri, l’ho già detto?) e in biblioteca (sia a Ferrara che a Cervia) erano in prestito fino ai primi di dicembre (cioè avrei dovuto aspettare una ventina di giorni) e così ho provato a leggere su Google Libri (con un paio di trucchetti) ma non sono andato pagina 150 e rotti. E così mi sono dovuto rassegnare e ho aspettato una settimana che Laura me lo prestasse.

Finito, e ora è il turno del “Signor Malaussène”. Che procede un po’ a rilento causa esami (ah sì, 23 geometria 1, 29 inglese, 27 analisi 1, se a qualcuno fregasse qualcosa)

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Città delle Stelle di Jed Mercurio: ho finito questo libro giusto l’altro ieri ed ecco una sorta di recensione.

Partirei direttamente dal titolo “Città delle stelle” non è molto correlato alla trama, perlomeno non quanto l’inglese “Ascent” che poi è il titolo originale. Questo romanzo parla invatti della biografia di Evgenij Eremin, a partire dalla sua infanzia in orfanotrofio, l’età adulta come asso degli assi nella guerra di Corea, e infine la parte terminale della sua vita come cosmonauta. L’ascesa, la brama incredibile di andare sempre più su, di mettersi in gioco e superare i propri limiti è l’unico vero tema di questo libro, e pertanto trovo che il titolo originale sia più adeguato.

La prima parte del libro parla dell’infanzia in orfanotrofio e devo dire che in più di un’occasione Jed Mercurio ha un pelino esagerato con i dettagli. Sinceramente, stavo bene lo stesso anche senza la descrizione dei bulli che sodomizzano i bambini sulla stufa, soprattutto senza la descrizione fisica dei loro gesti. Devo dire però quando alla fine Evgenij si vendica infilando un dito in un occhio al suo aguzzino e facendoglielo esplodere, si prova un brivido di gioia, alternato a un conato di vomito.

La seconda parte, ovvero la carriera di Eremin nella VVS, l’aviazione sovietica, è la parte che mi ha esaltato di più. Sono stato decisamente catturato dal percorso di Eremin, dal primo volo come gregario, al suo utilizzo di ricognitore grazie agli occhi da falco, e la sua breve ascesa fino a diventare asso, doppio asso, triplo asso, quaduplo asso e infine asso degli assi.

La parte terminale è quella più carica di significato, non mi è dispiaciuta ma, visto che l’autore descriveva accuratamente tutti i movimenti di Eremin in assenza di gravità, mi è stato un po’ difficile riuscire a visualizzarli bene, anche se mi sono immaginato una cosa simile a Planetes.

Tutto sommato questo libro non mi ha lasciato deluso, l’ho finito in 2 giorni, è di semplice lettura e non è mai troppo pesante. L’unica piccola pecca è un errore a pagina 277, che spero venga corretto al più presto.

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Questo che segue è il commento del racconto “Il delirio del mondo”, tratto da “Storie della mia storia” di Alberto Bevilacqua (il compito del prof. Alberto di oggi :P )

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Ovvero: Come partire dall’idea di qualcun altro per fare bella figura

Beh, in questo caso è Yupa, col suo post odierno, da ringraziare.

«Io volevo il potere per fare giustizia», gridò il dittatore, e dalla ferita sulla sua fronte cominciò di nuovo a scorrere sangue, «ma per ottenerlo ho dovuto commettere delle ingiustizie. Tutti coloro che lo vogliono vi sono costretti. Volevo farla finita con la repressione, ma per questo ho dovuto gettare in carcere e liquidare coloro che intendevano impedirmelo. Sono dovuto diventare un oppressore. Per eliminare la violenza bisogna usare la violenza. Per sconfiggere la miseria bisogna provocare miseria. Per impedire la guerra bisogna fare guerre. Per salvare il mondo bisogna distruggerlo. Questa è la verità del potere!»

Michael Ende, Lo specchio nello specchio, p.212

Che poi tecnicamente non è coerente al 100% con quanto scriverò nella tesina, però è uno sviluppo interessante, un paragone interessante.

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