Leggevo, un paio di giorni fa, sul numero di Wired Italia di questo mese, un articolo di Luca Sofri, alias Wittgenstein, una delle celebrità della blogosfera (o blogocono, che dir si voglia): ivi si faceva una netta distinzione fra gli utenti della rete per fascia di età, o, per meglio dire, per tipo di approccio con la rete. Sostanzialmente esistono 3 tipi di utenti (e quindi, già dando la definizione di utente si decide di tralasciare completamente chi internet e il computer non sa che cosa siano):
- i nativi: coloro che si sentono a proprio agio nel web e nei suoi derivati (Facebook et similia), come fossero a casa. Coloro che non hanno conosciuto il mondo prima del boom di internet (o quasi);
- i coloni (o ibridi, come preferisce lo stesso autore, che si riconosce in questa categoria): coloro che hanno conosciuto il mondo prima della rivoluzione digitale, ma non abbastanza presto da non potersi poi “convertire” per provare a rimanere on the edge;
- i tardivi: quelli che, ben radicati nella società non informatizzata, hanno “scoperto” il computer solamente dopo il boom: insomma quelli che “il computer è facebook” è poco altro.
Mi sento di condividere questa tricotomia tritomia della popolazione internettiana (se mi si concede questo neologismo). In particolare io mi vorrei soffermare sulla visione del mondo dei nativi. E penso di farlo con cognizione di causa, dal momento che mi identifico con questa categoria: sono nato nel 1989 e, nonostante la mia infanzia sia stata ancora nel mondo fuori dal computer (perlomeno, io non ho avuto niente fino a gennaio 2000, quando comunque un po’ di cose erano già successe) e pertanto mi ricordi com’era il mondo prima di internet, sono abbastanza giovane per essere, ora come ora, completamente immerso in questa realtà. Talmente immerso da sentirmi quasi alienato. (Ma questa è un’altra storia)
Comincio subito dicendo che la mia generazione è quella che per mettersi d’accordo, un sms pare quasi troppo antiquato (ok, è solo un’iperbole, gli sms vanno ancora molto in voga). Meglio loggarsi nella chat e pingare chi c’è online.
Che poi, a onor del vero, devo precisare che non tutti i miei coetanei sono così, anzi! Solo le ultimissime generazioni (e in particolare sto parlando di quelli nati più o meno dopo metà degli anni ‘90, gli adolescenti di oggi e dell’imminente futuro, insomma) possono sentire al 100% quello di cui mi accingo a scrivere.
La differenza principale che si può trovare fra la generazione dei nativi e quella precedente, è la totale integrazione che la rete ha nella vita quotidiana. Non esiste più “stare al computer”, che ai miei tempi era assolutamente equivalente a “stare alla playstation” “andare in sala-giochi” et similia (anche perché, una volta, il computer era visto più come una piattaforma di gioco, dato che l’assenza di internet limitava gli altri usi), ma il computer fa parte della vita di tutti i giorni.
E così la prima cosa che fa un adolescente quando torna a casa da scuola (ed è già tanto se non si è connesso durante la mattinata dai PC dell’istituto) è accendere il PC (sempre se non fosse stato acceso di mattina, appena svegli, o fosse rimasto acceso dalla sera prima perché bisognava scaricare qualcosa1.
E così, più o meno, inizia una routine, che potrebbe essere paragonata a unarassegna rassegna stampa: accendere la chat per guardare chi c’è online, la posta, i blog, controllare come vanno i browser game2 e i social network (Facebook in primis). Noi nativi riteniamo fare questo assolutamente normale.
Siamo molto veloci a scrivere sulla tastiera, ma quando si tratta di parlare quattr’occhi, meglio ripiegare. Siamo la generazione che si dichiara via sms, perché dirlo di persona, beh, ci si scotta!3. Quando dobbiamo andare in un posto, cosa facciamo? Beh, ovvio! si guarda su Google Maps l’itinerario (sempre che non abbiamo il navigatore in macchina che ci indica, metro per metro, la direzione da prendere (( e spesso sbaglia, infatti l’unica volta che ho provato quello del vicino, mi sono sentito dire in autostrada: “invertire il senso di marcia”, come se si potessero fare inversioni a U (!!)
). Ci sembra assolutamente fuori di testa fermarci e chiedere direzioni, o anche solo usare una cartina (che già per il fatto di essere cartacea, ci fa un po’ ribrezzo).
Adesso che sono usciti fuori cellulari come l’iPhone, BlackBerry Storm, gPhone, etc. etc., non esiste nemmeno più un confine fra dentro e fuori dalla rete. Sempre on the grid, sempre connessi, ovunque, comunque. E per fare cose assolutamente inutili, ovviamente!
Quel che è successo mi auguro (o forse no) accada ancora per quanto riguarda Google Wave, ne parlavo poc’anzi. Non tanto perché io tifo Google e sono un fan e un affezionato utente, ma per come penso possa rivoluzionare il modo di comunicare. È un po’ un discorso che sembra il paragone Wii – PS3: ha avuto relativamente più successo la prima console perché ha rivoluzionato il modo di interfacciarsi con i giochi. E così spero che accada con il nuovo prodotto di Google, che cambi le abitudini (in meglio ovviamente).
Insomma, il messaggio di fondo di questo articolo è che noi giovani d’oggi siamo completamente integrati nella rete. Pensiamo con la rete, pensiamo per la rete, pensiamo nella rete. Il che può essere un bene, ma più che altro desta preoccupazione.
O tempora, o mores!
Popularity: 1% [?]
- inutile prendersi in giro: il 99% dei ragazzi scarica da internet, e pesantemente [↩]
- ho provato sulla mia pelle un bel po’ di tempo fa quanto causino assuefazione, ma ho smesso quando una volta mi svegliai di notte per muovere [↩]
- piccola parentesi personale: mi dissocio da questo comportamento, e me ne vanto [↩]

Entries (RSS)