Posts Tagged “quintabbì”

Se c’è una cosa che mi fa incazzare, è la campestre. Ne ho già parlato. Comunque lo ribadisco, non c’è cosa più inutile della campestre.

Oggi però mi sono liberato. Credo di essere a posto per il resto dei miei giorni, perlomeno non credo che nessuno mi costringerà più. Finalmente.

Però oggi ho fatto un numero, uno di quelli che si ricordano. Partiamo dal presupposto che sono uno dei più scarsi della classe, e con questo siamo d’accordo, e oggi ho lottato per non essere l’ultimo. E ce l’ho fatta, sul traguardo. La cosa epica è stato lo scatto finale per raggiungere il mio obbiettivo, ed ecco la telecronaca:

Lo riprendo all’inizio dell’ultimo giro, siamo rimasti solo io e lui. I nostri compagni e il professore ci incitano (cioè i compagni incitano lui, il professore incita me), ma tanto io so di avere più gambe di lui. Parte con un gran scatto, mi dà 20 metri, io non voglio tirare troppo, preferisco un’andatura regolare, e così dopo 20 secondi lui cammina e io continuo la mia corsa alla medesima velocità. Lo raggiungo e ricomincia a correre, mi dà altri 10 metri. La distanza rimane invariata per circa 30 secondi, dopodiché vedo che arranca. Mancano 50 metri al traguardo: un rettilineo dietro gli spalti e l’ultima curva a sinistra, poi sarà finita. – Tieni duro – il mio unico pensiero. Inizio del rettilineo: siamo appaiati e continuiamo così per altri 20 metri, finiscono gli spalti. – È ora – penso. Trattengo il fiato e comincio una progressione che non ho fatto neanche quando ho provato a fare i 60 metri. Mi sento volare. La falcata è molto ampia. I polmoni che stanno per collassare. Però lui è indietro, assolutamente sconfitto dal punto di vista morale. I compagni (il pubblico, se vogliamo) cominciano a urlare, impressionati dal mio scatto. E taglio il traguardo con un sorriso. Mi sento una bestia.

Tempo totale: 18 minuti 15 secondi.

Tempo massimo per ottenere la sufficienza: 18 minuti.

D’oh.

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Drummin' dwarf

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No, non si fa così. E lo dico riferito ad un avvenimento che è successo non più di un paio di ore fa.

Perché non è giusto che sabato mentre cominci a spiegare un argomento che abbiamo trattato esaurientemente in 3ª superiore in chimica, ovvero la struttura dell’atomo, e nella classe c’è un po’ di confusione (che a dirla tutta, non era poi così tanta, rispetto ad altre lezioni nelle quali non hai protestato o comunque fatto niente di diverso dal richiamo all’ordine e al silenzio), forse e probabilmente solo perché avevi poca voce, hai annunciato che non avresti spiegato e che ci saremmo dovuti studiare a casa da soli i modelli atomici di Thompson e Bohr.

Ok, ci sta. Ogni tanto anche il più buono e umano dei prof può sbroccare, e non è il caso di dirgli niente.

Però in una giornata come oggi, nella quale hai annunciato che porterai le verifiche fatte giovedì scorso (e hai anche preannunciato che sono andate male, e così è stato) mentre io sono di sotto a prenderle dal tuo cassetto (e c’erano anche dei panini dentro!) cominci a interrogare su quelle fottutissime 3 pagine di introduzione al capitolo che erano per oggi.

Scusami tanto, ma non ci sta. E lo dico come uno dei pochi che quelle pagine le ha guardate sul serio. Perché sono d’accordo che sia importante sapere la storia dell’evoluzione del modello atomico, ma non è certo una cosa così fondamentale da essere giudicata con un voto. E che voto, se consideriamo che le due ragazze interrogate hanno preso una 5/6 e l’altra ha fatto scena muta.

No, non ci sta.

E soprattutto non ci sta che ti lamenti che nella verifica non abbiamo scritto con precisione che Einstein pubblica la teoria della relatività nel 1905. Scusami tanto, ma secondo me (e enfatizzo questo secondo me, perché in realtà è fondamentale, ma per quale motivo lo ignoro ancora) non cambia veramente niente se l’ha pubblicata nel 1905 o nel 1906, perlomeno non mi sembra il caso di scalare il punteggio della verifica per questo motivo. Manco avessimo scritto 1995! Comunque, questo discorso è a parte, non voglio certo contestare l’importanza assoluta della scoperta relativistica.

Però non si fa così, perché c’è sempre stato un certo rapporto fra te e gli studenti. Ti credevamo un prof molto umano, o per citare il prof di storia (bomberissimo lui) che ha affermato che “un buon padre sa sempre quando è ora di…” e i puntini li riempio io. Un buon padre sa sempre quando è ora di punire i figli e quando è ora di essere comprensivo. E tu sei sempre stato un buon padre per la classe. Ma in questa occasione, fattelo dire, la tua considerazione non è più allo stesso livello. Soprattutto perché ci può stare che una volta non ti va bene quel poco di confusione che c’è, però la volta dopo amici come prima, non essere permaloso.

E ci sono certe affermazioni che proprio non vanno giù. Dire che potresti interrogare solo e dare da studiare le pagine sul libro, che in questo caso faresti meno fatica e i soldi in tasca ti arriverebbero lo stesso, è una caduta di stile. Ora sei paragonabile alla prof che ha annunciato che visto che un giovedì siamo a Bologna per fare orientamento post-diploma e quindi salteremo l’ultima ora di lezione, esclama esaltata “Oh che bello vado in piscina!”. Ecco, ora puoi andare in piscina anche tu se non vuoi fare lezione.

E, fattelo dire, non si fa così.

E fattelo dire da uno che ha 9 nelle tue materie e che dovrebbe stare solo zitto. Ma ciò che voglio dire qua lo dico, e chissene del resto.

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E Foscolo è andato. Manca Kant.

E storia dell’arte giovedì. Però siamo già a buon punto, e passata la giornata di domani, è passata anche la “paura”. Anche se non sono pienamente soddisfatto di oggi, perché non sono riuscito a dare sfoggio della mia incapacità a scrivere.

Ma cazzarola, better luck next time. E per quando le riconsegnano: mosoccazzi!

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Ecco com’è andata per noi “crumiri” che non abbiamo partecipato ad alcun tipo di manifestazione:

Alle ore 8:05 eravamo puntualmente in classe, noi, prodi 4 giovani della 5B del Liceo Scientifico “A. Righi” di Cesena. Ok non proprio alle 8:05 perché c’è sempre N che arriva tardi, e anche quel giorno non si è smentito..

Comunque ciò non intacca minimamente il discorso che volevo fare.

Il primo professore che avremmo dovuto avere, e che abbiamo poi avuto, era quello di italiano, che per l’occasione (un normalissimo venerdì, ci tengo a ricordarlo) aveva chiesto di fare due ore anzichè una in modo da studiare meglio l’amico (o nemico?) Ugo Foscolo, e il suo “Dei sepolcri“.

Il prof è rimasto impassibile di fronte ai ventitré, e quando dico ventitré intendo proprio quarantaseidivisodue (così evitiamo equivoci), banchi vuoti. E anzi, quando ha detto “andiamo avanti“, c’era una nota di soddisfazione con una piccola punta di sadismo (il che è stato confermato a coloro che erano assenti nella giornata di ieri con l’affermazione che “le cose poi vi si ritorcono contro“).

E così è stato. Siamo andati avanti e dal verso 150 siamo arrivati al 295.

Alcuni compagni hanno provato a dire un cazzivostri, un “vi siete proprio divertiti eh?” . Io rispondo a loro che in quella mattina ho imparato di più che il giorno precedente e quello seguente messi insieme. Ma non scolasticamente.

Quello che intendo è che essendo così pochi, ci si lascia facilmente prendere la mano in certi discorsi, e così il professore di italiano ci ha raccontato la sua esperienza nella Bologna di un tempo, quando per essere obiettore di coscienza dovevi recarti a Roma e fare un colloquio con vari rappresentanti dell’esercito, vari psicologi, et cetera, et cetera.. Mica come adesso. Ci ha raccontato della sua esperienza con i “malati mentali”, perché alloggiava in palazzo che si affacciava sulla corte di un “ospedale psichiatrico”, e qualche buffo aneddoto.

Ma l’ora di filosofia è stato uno spettacolo. Perché con una professoressa come la nostra si riesce a filosofare così bene che pensi che il resto non esista. Magari.

E così si è finiti a parlare di pedagogia e di come dovrebbe essere l’istruzione. E allora con T ci siamo messi d’accordo di mettere per iscritto, un pomeriggio, il nostro modello di istruzione. Pura utopia. Però come tutte le cose utopistiche, sembra così bello.

E così è andato il primo giorno da “crumiri”. Spero ce ne siano altri.

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