Posts Tagged “scritti”
Il desiderio
è un fuoco che brucia
dentro l’anima
Haiku autografo, 02-06
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Questo che segue è il commento del racconto “Il delirio del mondo”, tratto da “Storie della mia storia” di Alberto Bevilacqua (il compito del prof. Alberto di oggi )
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Un breve testo eseguito come compito in classe, magari a qualcuno è utile, e magari a qualcuno piace anche:
In tutta la produzione leopardiana, l’elemento autobiografico svolge sempre un ruolo di grande importanza, pur secondo diverse sfumature; due esempi di questa diversa rappresentazione della realtà del poeta si hanno con i due componimenti “La sera del dì di festa” e “A Silvia”, che entrambi rappresentano la fuggevolezza delle cose umane. Tuttavia questi due testi, insieme ad alcune somiglianze strutturali e tematiche, presentano qualche differenza nei medesimi aspetti. In entrambe le poesie appare evidente al lettore la presenza di una figura femminile, che funge da interlocutrice del poeta: mentre ne “La sera del dì di festa”, un idillio composto nel 1820, la donna citata appare quasi come un “sogno proibito”, irraggiungibile per Leopardi, che ha una «piaga aperta in mezzo al petto» e non esita a esprimere tutto il suo sconforto e il suo dolore durante la sua meditazione notturna, la figura di Silvia, nel quasi omonimo idillio composto nel 1828, trascende una figura concreta di donna per diventare una sorta di «doppio» del poeta, il simbolo eterno del duplice volto dell’esistenza, quello della promessa e quello del disinganno. Un’altra differenza fra queste due opere leopardiane riguarda il contrasto fra realtà e rimembranza: nella prima il poeta esprime un desolato rimpianto per il tempo trascorso, per il passato ormai perduto, mentre nella canzone “A Silvia” viene più enfatizzato il ricordo riferito all’età giovanile, che il poeta rimpiange, a causa delle sue particolari vicende biografiche, e alla consapevolezza della nuda e triste età adulta, diventando quindi una sorta di doppia visione della realtà. I due componimenti differiscono anche per la progressiva attenuazione della singolarità biografica dell’io poetico, e infatti “A Silvia” è caratterizzata da un alternarsi vivace dei pronomi «io» e «tu», che in questo caso assume diverse connotazioni riferendosi dapprima a Silvia, poi alla natura e infine alla speranza giovanile; nella parte finale della poesia questi pronomi sono sostituiti da una visione del comune e triste destino che accomuna le genti.
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Cioè Steampunk, il titolo è © dell’Anna
Un po’ di tempo fa mi ero appassionato di questo subgenere della letteratura e avevo cominciato a seguire cose come “Brass Goggles” e via dicendo.
Tutto partì da questo giochino in flash: trovai una parola che non conoscevo, “steampunk” e decisi di andare su wiki e documentarmi. Rimasi subito affascinato da questa cosa, memore del film “La leggenda degli uomini straordinari” che mi era piaciuto molto, e allora decisi di buttarmici a capofitto e cominciai a scrivere qualche cosa.
Si chiamava London questo racconto/romanzo che avevo iniziato. Mi sono fermato a pagina 8 e pubblico qua uno stralcio di pagina 4:
Mary non rispose, e cominciò a camminare a passo spedito, e dal nitrito del cavallo capì che il fratello era ripartito per il luogo dell’appuntamento. Erano ormai le otto e mezza, e il cielo sembrava incupirsi sempre più. Il luogo dove si sarebbe incontrata con il suo informatore, un tale Horace Dactery, un operaio con il vizio del gioco che non faceva a tempo a guadagnarsi con fatica la paga della settimana, che immediatamente si ritrovava senza un soldo. Questa brutta abitudine l’aveva introdotto ad ambienti non proprio onesti, taverne in cui era facile trovare più ricercati che persone perbene. Per tirare avanti aveva deciso di diventare uno spione, e riusciva a vivere a malapena con i dodici scellini che Mary gli allungava tutte le volte che questi riusciva a fornire un’informazione interessante; se poi la soffiata portava ad una rapida conclusione del caso, Mary si dimostrava riconoscente dandogli la metà del compenso in più. L’investigatrice era largamente ripagata dai compensi dei suoi clienti, pertanto non si faceva troppi problemi a pagare l’uomo, l’unica sua remora era la paura che questi si sarebbe giocato fino all’ultimo penny e che si sarebbe fatto ammazzare, creandole un grosso problema. In un modo o in un altro Horace si era sempre dimostrato utile e, soprattutto, affidabile.
L’appuntamento era a Bagshot Street, un vicolo poco illuminato, non frequentato dal peggio della malavita londinese, ma nemmeno uno dei posti più sicuri della città. Era il posto perfetto per un incontro di quel genere.
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Ecco un articolo scritto per il prof. Alberto (as usual)
Morte. La sentenza è stata chiara, e questo è ciò che spetterà presto ad un giovane giornalista afghano, reo di aver scaricato e letto «un articolo che insultava l’Islam e interpretava in maniera errata alcuni versetti del Corano», e averlo diffuso nell’Università di Balkh, a nord del paese, per poterne discutere con gli altri studenti. Una procedura consueta in uno qualunque degli stati democratici di tutto il mondo, tuttavia, questo ragazzo di 23 anni, non era in uno di questi paesi e ora la sua vita è seriamente in pericolo.
Questa storia, che a noi occidentali sembra inverosimile, ha avuto il suo triste inizio nello scorso ottobre con l’arresto del giovane e l’inizio della sua odissea in prigione: denunciato da alcuni universitari di aver ironizzato sull’Islam e, interpretando male alcuni versetti del Corano, aver sostenuto che Maometto avesse ignorato i diritti delle donne, è stato processato per direttissima; le modalità di questo iter processuale hanno insospettito l’opinione pubblica internazionale, dal momento che è avvenuto a porte chiuse, senza che il giornalista potesse disporre di un avvocato né partecipare direttamente al dibattimento. La forca è quanto il tribunale ha decretato, e a Sayed Parwez Kaambakhsh, questo il nome del giornalista, restano ben poche speranze; per questo motivo, il fratello, insieme al direttore della testata Jahan-i-Naw (Nuovo Mondo), presso la quale il condannato lavorava, hanno lanciato un appello internazionale affinché giustizia sia fatta. A questo appello si è aggiunta l’”Associazione per i Popoli Minacciati” (APM), che, con un comunicato stampa, ha invitato la Comunità Europea a chiedere la sospensione dell’esecuzione al presidente afghano Hamid Karzai, colui che nel 2004 decretando l’interruzione della moratoria per la pena di morte nel paese, fece riprendere le esecuzioni. Ma la Comunità Europea non è l’unica a essersi rivolta al presidente afghano, poiché la testata britannica Independent, la prima ad aver denunciato la faccenda in Occidente e aver fatto suscitare l’interesse per il destino di Sayed nell’opinione pubblica internazionale, ha attivato una petizione, già sottoscritta da circa 50.000 persone, per il suo intervento sulla questione.
Le speranze che Karzai possa concretamente attivarsi per impedire la morte del giovane sono però relativamente basse, anche perché uno dei principali promulgatori della sentenza è stato Sibghatullah Mojaddedi, un suo alleato politico molto importante, e anche il senato afghano in un primo tempo ha esortato il presidente a non cedere alle forti pressioni provenienti dall’estero e infine a lasciare che prosegua il suo corso naturale la sharī’a, la rigida legge islamica, che la tradizione vuole essere stata istituita direttamente da Maometto e che
Allah (quest’ultimo reato anche se il colpevole è di un’altra religione). Dal punto di vista legale, è una questione abbastanza singolare, dato che in Afghanistan esiste sì la libertà di espressione, ma è in ogni caso sottostante a questa legge islamica; nonostante questa singolarità, in tempi recenti c’è stato almeno un altro precedente: due anni fa due giornalisti furono condannati a morte per lo stesso motivo del ventitreenne afghano, ma questi hanno avuto una sorte migliore, essendo riusciti a scappare di prigione e giungere fino in Occidente, dove tuttora risiedono grazie al diritto d’asilo loro concessogli.
Tuttavia, dopo le pressioni internazionali che il governo afghano voleva tanto evitare, il senato ha successivamente fatto un dietrofront sulla faccenda, definendo un “errore tecnico” la precedente sentenza. Questa svolta tuttavia non cambierà l’immediato futuro del giornalista, dato che la camera degli anziani (Meshrano Jirga) ha solo un peso politico e non giudiziario, quindi questa affermazione non comporta la sua liberazione, come afferma l’Independent, che ha continuato a seguire attivamente gli sviluppi del caso. Su ciò si è anche espresso il procuratore generale della provincia di Balkh, dove è avvenuto il presunto reato, che ha difeso la sentenza, dichiarando che il processo è stato condotto in un modo “molto islamico” e nessuna violazione dei diritti umani o della libertà di stampa è stata compiuta; lo stesso procuratore generale, Hafizullah Khaliqyar, ha anche affermato che il giovane avrebbe confessato, e successivamente minacciato di arresto tutti i giornalisti che si dovessero levare in difesa dell’incarcerato.
Oltre a essere decisiva per la sorte del giovane, questa faccenda fa molto riflettere: non è avvenuta nell’Afghanistan sotto l’egemonia Taliban, i quali erano avvezzi a omicidi “gratuiti”, ma nel paese in cui è stata recentemente istituita, o forse sarebbe meglio affermare “esportata”, la democrazia da parte delle forze alleate, il cui principale esponente sono stati gli Stati Uniti d’America, ancora presenti con un piccolo contingente militare. Pertanto, viene pressoché naturale interrogarsi su quanto questa democrazia sia radicata all’interno di questo paese caratterizzato da una cultura molto differente da tutte le altre democrazie che siamo soliti considerare, e una prova di ciò è il fatto che una legge religiosa abbia il primato sulla legge statale, e qualcuno si potrebbe anche interrogare sulla legittimità di questa democrazia, ipotizzando che in realtà si tratti solo di un altro regime ben celato.
(grazie a valepert per l’idea)
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